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domenica 27 febbraio 2011

OGM batte Biologico 400 a 0

Chi ci segue saprà che è uscito in questi giorni il report 2011 dell'ISAAA sulla diffusione degli OGM a livello globale. Il dato più significativo è che per il 15mo anno consecutivo tali superfici sono in aumento ed oggi raggiungono i 150 milioni di ettari su scala globale, pari a circa 10 volte l'intera superficie agricola italiana. Non male, no?

Certo, non potevano mancare i soliti Coldiretti e Greenpeace che, in un quadro di evidente successo della tecnologia OGM, cercano a tutti i costi di trovare qualcosa, anche la più ridicola, per giustificare la propria posizione ideologicamente contraria ad essi. Fa parte del gioco.
Questa volta si è trattato del "lieve" (-3%) calo delle coltivazioni OGM in Europa, imputando questo dato ad una precisa scelta degli agricoltori europei.

Peccato, per loro si intende, che Bressanini li abbia sonoramente sputtanati su Il Fatto (articolo da leggere assolutamente!).

Allo sputtanamento "statistico" di Bressanini, vorremmo aggiungere anche il nostro, di natura squisitamente sanitaria. Vediamo di che si tratta.

mercoledì 17 febbraio 2010

Noi stiamo bene, e voi?

Questo post è solo per comunicarvi che oggi è stata pubblicata una BBB-intervista su Semplifica, un sito che si occupa di benessere fisico, mentale e finanziario.

Il testo integrale lo trovate ovviamente a questo indirizzo di Semplifica.

Qui però vorremmo darvi comunque un assaggio con la nostra risposta alla prima domanda:

1 – Innanzi tutto: cosa caspita è un OGM??

In pochissime parole: è un organismo che presenta alcune modifiche al DNA ottenute utilizzando tecniche di biologia molecolare. Il che vuol dire tutto e niente.

Soprattutto se non si ha la più pallida idea di cosa sia la biologia molecolare e di come funzionino i sistemi classici di miglioramento genetico come, ad esempio, incrocio, mutation breeding, colture di antere e di embrioni, incroci tra specie diverse…

…Per non parlare del “casino genetico” che hanno combinato e combinano nelle piante e negli animali che accompagnano la nostra vita: da quelle che finiscono nel nostro piatto di pasta, al gatto che fa le fusa sul nostro divano.

Ad esempio, quanti sanno che l’85% del genoma (tutto il DNA) del mais è fatto di simpatiche sequenze genetiche, i trasposoni, che si divertono a saltare di qua e di là per i cromosomi duplicandosi di tanto in tanto?

Spiegare dunque cos’è un OGM, senza spiegare come funzioni il rimescolamento genetico naturale, è come spiegare come si fa a pilotare una F1 a chi non sa nemmeno cos’è una macchina. Comunque, semplificando, si può dire che fare un OGM fa meno “casino” genetico che fare un “normale” incrocio.

Per approfondire:



Il resto lo potete leggere su Semplifica.

sabato 13 febbraio 2010

Allergizziamoci!

Esiste la paura diffusa che gli OGM causino allergie e lo facciano in modo subdolo.
Uno mangia un bel panino vegetariano e, zacchete, ci trova dentro un allergene della sogliola. Addenti una bella pasta di Meliga e, apriti cielo, c’è dentro un allergene della soia, uno dei crostacei e uno del latte.
Insomma, il pasto diventa, a causa degli OGM, un percorso ad ostacoli, in cui rischi ad ogni morso uno shock anafilattico. Il chè non è bello, visto che ci si possono lasciare le penne.



Ma le cose stanno veramente così o come nel caso del Morgellon, son tutte leggende metropolitane?


Che si dice in giro?

Circolano in giro storie di ignari consumatori che hanno sofferto reazioni allergiche a causa di OGM: di gente allergica alla noce brasiliana che ha avuto uno shock mangiando soia GM. Gente che mangiandosi un Tacos messicano ha avuto una reazione a causa della presenza di mais GM Starlink (di cui avevamo già parlato qui).

Insomma viene da chiedersi: quanti morti e quanti feriti (e quanto sangue sparso a terra...) avranno ormai causato gli OGM?

Tranquillizzatevi. In quasi 15 anni di utilizzo: Zero (0) morti e Zero (0) feriti.


Davvero????

Sì, innanzitutto perchè la normativa attuale (che, ripetiamo non è che ci piaccia un granchè a motivo delle sue forti contraddizioni) prevede (almeno in questo caso giustamente) che sia, obbligatoriamente, predisposta una verifica preventiva del potenziale allergenico tramite test.


Il caso della Soia con un gene della noce brasialiana

Questi test hanno ad esempio permesso, nel già citato caso soia/noce brasiliana, di comprendere che l'albumina 2S, inserita nella soia per migliorarne il contenuto in metionina, era anche uno dei principali allergeni della noce brasiliana.

NB: Tutto questo PRIMA della sua commercializzazione!

Infatti estratti di soia con albumina 2s (come anche l’albumina purificata) risultarono capaci di legare le IgE del siero di individui allergici, e causare una risposta (skin-prick test) in 3 individui (volontari) esaminati nello studio. Il progetto finì lì, prima ancora di venir seminato un solo campo sperimentale. Nessun morto o ferito, nessun consumatore ignaro esposto al "pericolo".

Qui potete trovare la pubblicazione originale
nella quale vi pregheremmo di notare 2 cose:

1) la data: Marzo 1996. Nel 1996 si ha l'inizio della commerciazzazione su larga scala di OGM con la soia Round-up Ready. Quindi questa pubblicazione viene mandata alla rivista prima che gli OGM diventino una realtà significativa dell'agricoltura mondiale, indice che fin dalle origini i prodotti GM venivano testati in modo rigoroso e adeguato.

2) lo sponsor dello studio: "Supported by a grant from Pioneer Hi-Bred International, Inc.". Beh, abbastanza onesta e trasparente per essere una multinazionale.


Altri test preventivi

Se il gene non deriva da un organismo che causa allergie, viene comunque analizzato il suo prodotto per verificarne le caratteristiche di “potenziale allergene”.

I sistemi sono dibattuti e i criteri sono diversi, spesso spannometricamente eccessivi, a seconda del paese in cui si sottomette il dossier per l’approvazione, ma ad esempio si valuta:

a) Se esiste almeno un octapeptide con 6 residui conservati su 8 rispetto a un allergene.

b) Se la sequenza proteica condivide il 35% di identità su un segmento di 80 aminoacidi con un allergene.

c) Allineamento complessivo della sequenza con quella di allergeni, in pratica una variante del metodo precedente.

Se uno dei test bioinformatici sopra descritti (e in particolare il secondo) è positivo, bisogna dimostrare che la proteina non causi una reazione allergica, cosa complicata e in genere costosa perchè la prova di un negativo è sempre più difficile della confutazione di un’affermazione positiva.

Una volta che una proteina venga identificata come potenzialmente allergenica sulla base della similitudine di sequenza, vengono considerati anche i seguenti criteri:

d) il test di stabilità alla digestione con tripsina. Se la proteina viene degradata velocemente, allora la proteina ha un rischio ridotto di poter fungere da allergene.

e) l’abbondanza del potenziale allergene nella dieta. Se non è una proteina abbondante, allora ha poche probabilità di essere un allergene.

I criteri di similitudine oggi in uso (a-c) sono considerati da molti come eccessivi. Perchè adottare allora criteri così stringenti?

In generale i responsabili delle normative tendono a commettere errori di tipo-II (che portano ad una sovraregolamentazione, ultraprecauzione) per evitare ogni rischio (per un malinteso principio di precauzione), questi errori d'altra parte a loro non costano nulla e li proteggono da eventuali cause qualora si verifichino problemi. Sono però errori che non sono esenti da ripercussioni negative.


La Zeolina ed il principio di precauzione

Al Danforth center di St. Louis, hanno inserito il gene della zeolina nella Cassava per migliorare le diete delle popolazioni di alcuni paesi in via di sviluppo. La zeolina è una proteina di fusione tra la zeina del mais e la faseolina, una proteina di riserva del fagiolo. Sia la zeina che la faseolina non sono allergeniche (sono mangiate da centinaia di milioni di individui ogni giorno).
La cassava che esprime la zeolina presenta un aumento di 3.5 volte nel contenuto di proteine e una riduzione dei composti tossici normalmente contenuti nella cassava, rappresentando quindi un intregatore proteico importante per quelle popolazioni.

Eppure, visto che la faseolina (quella "NATURALE"!) è simile (52% di identità) a uno degli allergeni minori della soia, la beta-conglicinina, occorre dimostrare che la zeolina NON è allergenica prima di poter commercializzare il prodotto.

Cioè dovrei dimostrare la non allergenicità di un non allergene! Però non è un lavoro facile, come posso DIMOSTRARLO? Essendo poi una coltura umanitaria, dove li trovo i soldi per fare questi test per dimostrare l'indimostrabile?

Eppure, niente di tutto ciò avviene nel caso di colture trazionali, si può ottenere l’approvazione di nuove varietà di soia (allergenica), fagiolo (contenete faseolina), ma anche di pesco o patata, in cui è possibile che aumenti il contenuto di composti tossici (es. glucosidi che rilasciano cianuro o glicoalcaloidi) senza che venga richiesta alcuna analisi e valutazione preventiva.

Si può mettere sul mercato bambù che contiene quantità molto elevate di composti cianogenici o ancora semi di papavero che possono uccidere una persona per overdose, senza dover presentare nulla di ciò che invece è obbligatorio per le piante transgeniche che esprimono proteine innocue.


Il caso Starlink

Ancora più interessante il caso del mais Starlink, che era stato approvato per il solo consumo animale.

(detto en passant, solo gli americani potevano prevedere la doppia autorizzazione pensando che non ci sarebbe stato mescolamento tra filiera alimentare e zootecnica)

Questo perchè dai test di cui sopra, emergeva un medio potenziale di allergenicità in quanto la proteina Cry9C (una delle tante che si trovano nei ceppi di Bacillus thuringensis e che è stata usata nel caso dello Starlink) risultava mediamente resistente alla digestione e stabile al calore. Ciò non significa che la Cry9C sia allergenica, dice solo che ha qualche caratteristica in comune con altri allergeni.

Tracce di Starlink finirono però in alcuni tacos (specialità messicana fatta con farina di mais) e alcuni consumatori hanno sostenuto di aver avuto reazioni allergiche.
Considerando che il livello di StarLink nelle partite di mais americano variava tra 0.34 e 8 ppb (parti per miliardo) …la cosa era quantomeno improbabile, visto che gli allergeni sono in genere proteine abbondanti. Questo sentore fu confermato dai risultati dei test eseguiti al CDC (Center for disease control and Prevention) che hanno mostrato che il siero di 17 individui che avevano presentato i sintomi di reazione allergica non conteneva IgE contro la proteina Cry9C.

Non solo: la proteina Cry9C o il DNA corrispondente non sono mai stati trovati nei prodotti verso i quali i consumatori sostenevano di aver avuto la reazione allergica.

A tagliare la testa al toro ci ha pensato infine un poveraccio che ha denunciato ben 2 reazioni allergiche in 2 momenti diversi. Per fare la prova del nove si è fatto iniettare in vena un estratto di Starlink. Risultato: Zero (0) reazioni.


Take home message


In sintesi, nonostante il sentire comune, le piante transgeniche non hanno MAI causato reazioni allergiche nei consumatori. Inoltre il sistema di test in uso per l'allergenicità è talmente precauzionale che impedisce di creare OGM anche con proteine note per non essere allergeniche in quanto solo "simili" ad allergeni.

Più tranquilli adesso?

domenica 25 gennaio 2009

Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale

Pare che in questo avvio di 2009 non ci sia molto da dibattere in tema di OGM, ma sia piuttosto il latte (crudo o cotto, pastorizzato o bollito) a farla ancora da padrone.

Questo perchè il nostro Andrea ci segnala che sull'ormai famoso distributore "modello" (come suona bene questa parola per un biotecnologo!) sono apparsi nuovi messaggi più o meno minatori...

Il primo pare essere molto chiaro:


Il Ministero "detta" le regole per un utilizzo corretto del latte crudo. Che così diventa bollito "per legge".

Però, guardando bene, si vede sulla sinistra emergere una freccia. Sarà forse una spiegazione del nuovo adesivo? Sì, in effetti lo è, anche se non proprio come noi ci saremmo aspettati...


Voi che ne dite?

giovedì 13 marzo 2008

Golden Rice: La storia infinita

É ormai chiaro che le agrobiotecnologie sono il nuovo Male del mondo (se l'avida e gretta umanità rinunciasse agli OGM infatti vivrebbe in pace, ciascuno avrebbe finalmente un reddito decoroso, sparirebbero le malattie, il dolore, per non parlare della morte e in più, compreso nel prezzo, ci sarebbe anche l'eterna giovinezza per tutti!... devo verificare se sono ancora disponibili anche le 40 vergini... ora non ricordo).

Davanti a questa strepitosa mega-offerta è ovvio che il rifiuto verso gli OGM (e le agrobiotecnologie più in generale) non può che essere radicale: senza se e senza ma, anche quando esse, "piegando il capo", si mettono al servizio di finalità "nobili", come il salvare colture tradizionali dall'estinzione o, ancor piú nobili, l'alleviare problematiche alimentari e malattie che affliggono il nostro povero mondo.

Ma veniamo alla storia di oggi, che vorrebbe raccontare di un ricercatore che, riconosciuto un problema, ha cercato di proporne un rimedio (che sciocco!). La sua soluzione infatti aveva un grosso unico difetto quello di essere "biotecnologica". In questi casi si ha infatti l'obbligo di sostare - lungamente - in Piazza della Vittoria e di transitare per tutte le caselle IMPREVISTO che, imprevistamente appunto, si moltiplicano sul tabellone, anche dove un secondo prima tutti si era letto Vicolo Corto.

Questa è la storia di Ingo Potrykus e del Golden Rice.


Ipovitaminosi A, cecitá, paesi in via di Sviluppo
L'Organizzazione mondiale della sanitá ha stimato che tra i 100 e i 140 milioni di bambini sotto i 5 anni sono a rischio di carenza di vitamina A: il 69% dei bambini del Sud-Est Asiatico e il 49% dei bambini africani si trovano in questa condizione. La carenza di vitamina A (in inglese VAD, vitamin A deficiency) porta a diverse conseguenze, la cui gravitá é proporzionale all'entitá della carenza. La prima manifestazione é la xeroftalmia, cioé l'impossibilitá di produrre lacrime con conseguente secchezza degli occhi, per poi passare alla cecitá notturna fino ad arrivare alla cecitá totale e irreversibile.

Altre conseguenze sono anemia, disfunzioni riproduttive, turbe dell'accrescimento, aumento della suscettibilitá alle malattie, e quindi maggiore mortalitá.
Il fattore fondamentale per cui i bambini dei Paesi in via di sviluppo soffrono di VAD é la malnutrizione: lo scarso accesso a frutta e verdura ricchi in vitamina A, che si aggrava nelle stagioni in cui la frutta manca del tutto, associato in generale alla mancanza di grassi e alimenti di origine animale nella dieta.


L'idea del Golden Rice
I ricercatori si sà sono dei tipi strani che hanno idee balzane, tendono a pensare, alle volte, cose del tipo: "guarda questo problema, fa soffrire milioni di persone, vediamo se riesco, con quel che sono capace di fare, ad aiutare ad alleviarlo". Insomma, credono ancora nell'utilità della ricerca e dell'innovazione per migliorare questo mondo. Poveri illusi (come vedremo, in tutti i sensi).

Nella fattispecie il ricercatore in questione è il prof. Ingo Potrykus di Zurigo che ebbe proprio un'idea di questo tipo alla fine degli anni '80 partendo dalle seguenti considerazioni:

1) il maggior componente della dieta delle popolazioni a rischio di VAD é il riso,
2) il riso é disponibile in tutte le stagioni (anche quando la frutta non c'é)
3) il riso é carente in vitamina e provitamina A (B-carotene)
4) perché non provare a modificare geneticamente il riso perché produca provitamina A?

Ci sono voluti parecchi anni di ricerche ed il supporto della Rockfeller Foundation, dell'UE (sì, il golden rice è anche "roba nostra") e della Svizzera, ma dal 1999 il golden rice c'è. Esiste. Inoltre, dopo un'infinita trafila, prof. e coll. sono riusciti a svolgere anche la prima sperimentazione in campo nel 2004 in Louisiana.


Le critiche

Come prevedibile le critiche non si sono fatte attendere. Ma in questo caso i detrattori si sono davvero sprecati. Tra le "standard" c'é il solito argomento del terribile impatto ambientale degli ogm (impatto che è sempre e comunque sconosciuto, ma senza dubbio devastante), obiezione particolarmente risibile in questo caso, ma come ben si sà tutto fa brodo…

Vediamone però qualcuna di cui vale almeno la pena fare menzione:

Provitamina A nel Golden Rice: troppa o troppo poca?
Ebbene sí, sembra assurdo, ma sono state mosse entrambe le accuse al Golden Rice, e ben prima che si mettesse alla prova sul campo.

Nel 2000, poco dopo l'uscita dell'articolo di Science, infatti Vandana Shiva denunciava il potenziale tossico di una esagerata assunzione di vitamina A che poteva scaturire dalla diffusione del riso arricchito. Peccato che la "scienziata" Shiva (sarebbe meglio fosse anche schiva...) sia una cippa in biologia e non sappia distinguere tra vitamina A e pro-vitamina A (il B-carotene prodotto dal GR). La prima è tossica se assunta in grandi quantità, la seconda no. Chapeau alla laurea in fisica della Bandana.

Qualcuno deve aver sparso in giro la voce della cantonata presa ed ecco che, qualche mese dopo, tocca a Greenpeace scandalizzarsi, questa volta di fronte ai contenuti "ridicoli" di B-carotene presenti nella prima linea di Golden Rice sviluppata (1,6 microgrammi/g) dicendo che "un semplice calcolo mostra che un adulto dovrebbe mangiare 12 volte le normali quantitá di riso per ottenere la dose giornaliera raccomandata di provitamina A". Peccato che facendo qualche piccola verifica si scopra che: Greenpeace prende come riferimento i livelli raccomandati per una crescita ottimale (500 e 850 microgrammi/giorno) e non quelli sufficienti a prevenire i segni clinici di ipovitaminosi. In realtà basterebbe leggersi le linee guida FAO/OMS, per scoprire che i livelli riportati da Greenpeace dovrebbero essere tagliati esattamente a metá (come probabilmente anche tutto quello che dicono).

Andrebbe poi aggiunto che è sensato aspettarsi che il Golden Rice non fornisca il 100%, ma magari (tanto per dare una cifra) solo il 30% della provitamina A assunta. Nei casi però dove la carenza è più forte, questo apporto in più potrebbe far passare l'assunzione dal 10% della dose raccomandata al 40%, riuscendo così a prevenire le condizioni patologiche estreme (cecità e suscettibilità alle malattie). Non male per un semplice integratore che non si vede perchè è già contenuto nel riso che abitualmente mangio!

Ma poi c'è da dirla questa cosa... nessun ricercatore si è mai messo in testa di avere LA RISPOSTA, ma semmai di dare un contributo ad essa... visto poi che i metodi attuali per il contenimento della VAD proposti dalla comunità internazionale o dai vari movimenti, quali l'estemporanea coltivazione della Moringa oleifera magari nelle favelas delle megacities, si presentano come ben più che perfettibili, perchè non aggiungere anche questo strumento nella nostra cassetta degli attrezzi per contrastare la VAD?

In ogni caso, negli anni il Golden Rice Project ha saputo sviluppare da quella linea originaria (che aveva solo un pizzico di B-carotene) nuove linee che contengono addirittura 23 volte il livello di beta-carotene originale. Questo processo, per chi non ne fosse al corrente, si chiama MIGLIORAMENTO GENETICO ed è comunemente usato in agricoltura per migliorare le specie agrarie e animali. Può non piacere, ma funziona e stranamente pare essere l'unico metodo che non richiede di procedere allo sterminio di esseri umani.

Il Golden Rice è il cavallo di troia delle multinazionali
Ebbene sí, ci sono delle multinazionali coinvolte nel progetto Golden Rice, e sappiamo che questo fa puzzare subito l'arrosto di bruciato. Ma forse vale la pena di capire se ci sia solo qualche sordido sotterfugio delle corporation o se invece il progetto sia effettivamente umanitario e i beneficiari coloro che ne hanno veramente bisogno (dato che si tratta di una questione di vita o di morte). Per non dimenticare che ci stanno tutti facendo una capa tanta con questa benedetta CSR, ora, se qualcuno un po' di questa responsabilità se la piglia allora benvenga!

300Non é un mistero che per fare ricerca ci vogliano soldi: il progetto iniziò grazie a un finanziamento della Rockefeller Foundation, tuttavia in fasi piú avanzate gli ideatori si sono resi conto che la collaborazione di un'azienda privata con una forte competenza in questo campo era indispensabile (non foss'altro per l'esperienza non solo nella tecnologia, ma anche e soprattutto nelle questioni normative e brevettuali ad esse connessa - questioni su cui torneremo, per ora vi invitiamo a leggervi questo pezzo molto interessante - sapendo inoltre che la procedura d'approvazione degli OGM é particolarmente complessa e lunga). Il primo partner del progetto fu Zeneca, che non nascose di avere interessi commerciali nel "Primo mondo", ma assicurò la diffusione nel "Terzo mondo" a titolo gratuito. Successivamente Syngenta, che ha ereditato questo progetto da Zeneca, ha rinunciato a un qualunque interesse commerciale, non foss'altro perché l'arricchimento del riso con carotenoidi non ha un grande potenziale in termini commerciali in Paesi in cui l'assunzione di vitamina A é piú che sufficiente. Il risultato é che, nonostante ci siano effettivamente dei brevetti sulle tecnologie del Golden Rice, nessuno di questi oggi impedisce che questo riso sia donato ai governi in modo che possa essere reso disponibile gratuitamente agli agricoltori delle aree a rischio.
Che Syngenta faccia di ciò una parte della propria CSR a noi, personalmente, non fa altro che piacere.

Il Golden Rice è una bufala, perchè non ha funzionato, non c'è, chi l'ha mai visto?
Questa è un'obiezione molto cara anche qui da noi. Usata a più riprese anche dal prof. Buiatti e dal nostro magico Capanna. Insomma il Golden Rice se dal 1999 ad oggi a quasi 10 anni di distanza non è ancora entrato in commercio ci sarà un motivo ed il motivo è che non funziona!

Bene, anche noi qui non possiamo che dire che qualche problemino c'è stato, ma spiace però sottolineare che non è stato di natura scientifica.

Dopo essere stato accusato di essere un folle (e anche di peggio), oggi il prof. Potrykus ha una sola grande frustrazione: il non poter mettere alla prova il Golden Rice a causa di processi di autorizzazione lunghi e enormemente costosi che sono il vero ostacolo che impedisce che un riso arricchito di provitamina A (sic!) arrivi alle bocche di chi ne ha bisogno. Nessuno dice che non ci debbano essere adeguati studi di sicurezza prima di diffondere una nuova pianta geneticamente modificata, il problema é che gli studi dovrebbero essere commisurati al rischio, e non disgiunti dall'analisi dei benefici. Invece per l'approvazione é necessario presentare dati che necessitano anni (oltre che un mare di soldi) per essere prodotti, e la cui utilitá risulta in certi casi assai scarsa se non del tutto assente. Grazie a tutto ciò questo nuovo strumento non sarà disponibile prima del 2014 con buona pace di chi anche per un soffio, grazie ad esso, avrebbe potuto risparmiarsi la VAD. I loro ringraziamenti, a chi a contribuito a ciò, ve li risparmiamo.

A noi, che grazie a Dio di questi problemi non ne abbiamo, verrebbe da dire che di rischi connessi al Golden Rice proprio non riusciamo a vedere, visto anche che ha passato indenne tutta la trafila (non quella UE, ma in termini scientifici una equivalente), ma evidentemente non riescono a trovarne di seri nemmeno quelli che ad esso si oppongono. Eppure, invece di chiedere a gran voce, da paladini della giustizia quali si sentono, di metterlo alla prova dei fatti e nei campi essi continuano ad opporsi, perchè sono convinti che, se esistesse anche un solo OGM buono, perderebbero il super-premio... e l'eterna giovinezza mediatica che tuttora dà loro un tema come questo.


Nota a margine

Tanto per capirci su che razza di personaggi girano in questa storia, leggetevi questa chicca dove Potrykus, tra le altre cose, racconta di come Greenpeace ha rubato i semi di Golden Rice destinati all'IRRI. E bravi i nostri eroi.

Chissà cosa si inventeranno per far slittare al 2000 e mai il suo utilizzo, rendendo infinita una storia che dovrebbe essere già una realtà del nostro presente.

martedì 20 novembre 2007

MON863: un caso controverso... ma anche no.

Per continuare la serie: "gli scienziati divisi (o magari anche no)", vorremmo raccontare la lunga storia di un ogm apparentemente controverso (ma, come si sa, le apparenze ingannano), dando seguito ad alcune curiosità nate dopo il nostro post sul legame tra mais ogm (Mon810) e fumonisine, argomento che, grazie all'INRAN, oggi è tornato alla ribalta.

Il mais in questione si chiama MON863...

Prima di cominciare una premessa: noi crediamo che se tu hai un fratello spiantato non per questo lo sei necessariamente anche tu e ci piace applicare il medesimo principio anche agli OGM (non ci pare poi così assurdo): ogni ogm fà caso a sè e quindi si deve giudicare, appunto, caso per caso.

Nel nostro post sulla fumonisina il mais ogm cui ci riferivamo è un mais modificato per essere resistente alla piralide. Si chiama MON810 e da quando è stato approvato, ormai 10 anni fa, non ha mai dato fastidio a nessuno. Quindi non ci vergognamo a sostenere, alla luce della sua capacità di ridurre significativamente questo potente cancerogeno, che esso offra ai consumatori più garanzie di sicurezza del mais convenzionale o biologico.

Veniamo però ora al suo fratello minore che invece pare, il congiuntivo è d'obbligo essendovi la presunzione di innocenza fino a prova contraria, sia invece una testa calda. Vediamo un po' come stanno le cose...

Chi è il MON863?
Il MON863 è un mais geneticamente modificato per essere resistente non alla piralide, ma ad un'altro insetto che si chiama Diabrotica virgifera (endemico negli Stati Uniti, e dal 1992 apparso anche in Europa). Il meccanismo attraverso cui è stato reso resistente è simile a quello del fratello Mon810, gli è stato infatti insegnato a produrre una proteina, in natura prodotta dal batterio Bacillus thuringiensis (da qui il nome in codice Bt), che funziona come insetticida “naturale”. Il vantaggio delle tossine del Bacillus thuringiensis (il quale ne produce un sacco) è che sono molto specifiche e molte di esse non sono tossiche per i mammiferi e quindi nemmeno per l’uomo, questo perchè 1) vengono attivate ad un pH basico e noi abbiamo una digestione acida; 2) richiedono delle proteasi specifiche che sono presenti nello stomaco degli insetti e 3) devono legare dei recettori che noi non possediamo. In particolare per quest'ultima ragione, anche se nel mais bt le proteine sono presenti in forma già attivata, in ogni caso non provocano alcun problema per uomo e animali. E proprio perchè le tossine bt sono innocue per l’uomo, il Bacillus thuringiensis (sottoforma di spore vive) è usato largamente (dal 1920) nelle strategie di lotta biologica ed è autorizzato anche in agricoltura biologica.


Come è stata valutata la sicurezza del MON863?

Nel luglio del 2002 la Monsanto, che ha sviluppato il MON863, presenta presso le autorità tedesche richiesta di autorizzazione al commercio di mangimi e alimenti derivati da MON863. La richiesta è corredata da un dossier tecnico, che include tutti gli studi chimici sulla composizione di questo mais, i test per verificare l'assenza di allergenicitá, i risultati di studi di sicurezza sul singolo inserto genico e sui suoi prodotti (ovvero la proteina Cry3Bb1), uno studio di 90 giorni su ratti, uno studio sui polli e uno su vacche da latte. Gli studi sono stati effettuati in laboratori specializzati seguendo linee guida internazionali, ovviamente a spese della Monsanto.

Il comitato scientifico tedesco conclude che non ci sono motivi per supporre che la commercializzazione di questo mais implichi dei rischi per la salute. Come da procedura, questa prima valutazione viene resa disponibile al pubblico per commenti.

Tra i commenti pervenuti, alcune critiche sono espresse da diverse parti (tra cui la Commission du génie biomoléculaire, un organo consultivo del Ministero francese) riguardo allo studio di 90 giorni sui ratti: in esso si evidenziano infatti alcune differenze statistiche per alcuni parametri ematici.

Nel 2003 il comitato scientifico sugli ogm dell’EFSA, su richiesta della Commissione Europea, valuta tutte le critiche fatte al dossier, e conclude che nonostante si siano riscontrate alcune differenze statisticamente significative, i valori ricadono nella media della popolazione e non sono quindi ritenute biologicamente rilevanti.
L'EFSA tra l'altro afferma:
the dossier contains well-performed toxicological studies with the relevant species of animals and a statistically well-designed set-up. These studies were performed under quality assurance programs and OECD guidelines. The results of these 90-day rodent studies do not indicate adverse effects from consumption of maize lines MON 863.

Ma allora?! Come si spiega che ci siano delle differenze statisticamente significative, ma che gli esperti concludano che lo studio non indica alcun effetto collaterale?!
Beh, tutta colpa della statistica e di un italiano (vediamo se riusciamo a spiegarlo in modo comprensibile, la statistica è pur sempre statistica).

Se io vado a castagne e raccolgo 10 castagne sotto un albero, è possibile che ne trovi 2 con un "amico" al loro interno. Questo vuol forse dire che il 20% delle castagne di quell’albero sono bacate? Non lo so, magari se ripeto la raccolta (campionamento) ne trovo 4, ma è possibile anche che ne trovi 7 di bacate, ma non so se il mio risultato è dovuto a come le ho raccolte (può essere che sia stato solo sfortunato a beccarne 7 bacate!) oppure se è proprio l’albero che ha veramente il 70% di castagne bacate.

Insomma qual è la probabilità che il valore che io osservo è dovuto al caso (campionamento) oppure è un valore reale?

Per rispondere devo raccogliere più castagne. Ma più castagne raccolgo e più, in termini assoluti, castagne bacate trovo!
In sintesi, se esamino 1 parametro (n. di castagne bacate) e vedo una differenza, la differenza che osservo è magari significativa. Se però si presenta all'interno di una analisi di 100 parametri (peso, numero di aculei nel riccio, colore della castagna, presenza di "amici"...) potrebbe rientrare, se usiamo una "confidenza" del 95%, nel 5% di errori casuali dovuti al campionamento e allora quella differenza perde di significatività.

Esaminare dunque 100 parametri (o oltre 400 come nel caso del Mon863) è come fare 100 volte lo stesso esperimento: è logico aspettarsi che ci siano delle misurazioni che si presentano come significativamente differenti, ma se queste si mantengono in quel 5% di "confidenza statistica" ciò ci consente di dire che, "con tutta probabilità", non lo sono..

Nel caso Mon 863 questo è confermato anche dal fatto che andando ad esaminare le differenze osservate non c'è alcuna relazione tra dose ed effetto, ad esempio usando due livelli di assunzione nella dieta (11 e 33%). Stando ai cardini della tossicologia se una cosa è tossica, più ne mangi più ti fa male, per cui se il Mon 863 fosse tossico dovremmo osservare un effetto "negativo" proporzionalmente superiore nei topi alimentati con il 33% di Mon 863 rispetto a quelli alimentati con il 11%. Invece avviene il contrario.

Peraltro va sottolineato che, in fase di valutazione di un ogm, vengono sempre testate dosi molto più alte rispetto al reale consumo previsto di un prodotto: il 33%, ad esempio corrisponde a circa 33 grammi/kg peso corporeo/giorno, quando invece il consumo europeo medio di mais é di 17 grammi/persona/giorno, ovvero più di 100 volte inferiore (insomma è come se invece di una aspirina gliene avessero date 100 e non gli è successo nulla! Come si fa a dire che fa male sta roba!). Questo consente di avere un elevato margine di sicurezza quando si stabilisce l'innocuitá di un prodotto.


Dove sta la controversia?

Ma torniamo alla nostra storia: Greenpeace e Crii-gen (un comitato di ricerca e di informazione che si dichiara "indipendente", ma che non ha mai fatto mistero della propria posizione anti-ogm senza se e senza ma) chiedono e ottengono l’accesso al report stilato dagli esperti della Commission du génie biomoléculaire (che nel frattempo, a seguito delle chiarificazioni fornite sullo studio, aveva concluso positivamente sulla sicurezza di MON863) e, dopo l’opinione dell’EFSA, che avrebbe dovuto, almeno in teoria, fugare tutti i dubbi, ripartono più agguerriti che mai iniziando una battaglia legale per ottenere l’accesso ai dati originali dello studio della Monsanto.

I dati originali di questo studio infatti, presentati integralmente (e senza alcun tipo di occultamento) alle autorità nazionali e comunitarie, non erano ancora disponibili al “grande pubblico”. Il lavoro sarà inviato da Monsanto per la pubblicazione nel 2005 e saranno poi divulgati nel 2006 dall’inglese Food and Chemical Toxicology (senza nascondere le "differenze" riscontrate). Nel frattempo, vinto il processo, nel 2005 Greenpeace ottiene tutti i dati originali e li manda al Crii-gen per la contro-valutazione. Il Crii-gen guidato dal dott. Séralini pubblica la sua versione dei fatti nel maggio 2007 sulla rivista statunitense Archives of environmental contamination and toxicology.


Séralini nel suo articolo, pur riconoscendo a Monsanto il fatto di non aver occultato alcun dato e che la statistica utilizzata nello studio è corretta, prova una statistica alternativa e sostiene che le misurazioni dei parametri ematochimici rivelano segni di tossicità epatorenale e quindi questo prodotto non puó essere considerato sicuro.

A questo punto, urgeva un’opinione super partes per stabilire quale delle due versioni dei fatti fosse quella "credibile". Insomma delle due l'una: o è sicuro o non lo è.

L’EFSA, che è tutt'altro che un “passacarte delle multinazionali”, incaricata del riesame del dossier Mon863 alla luce delle osservazioni di Seralini, prende tempo e, data la delicatezza del tema, va con i piedi di piombo avvalendosi della collaborazione di due statistici indipendenti, della sopracitata Commission du génie biomoléculaire e dell’Agenzia francese per la Sicurezza alimentare (Afssa).

E tutti insieme appassionatamente concludono che l’allarmismo di Séralini et al. non ha fondamento...

...e vissero felici e contenti.




Alcuni note a margine dei documenti "originali":

L’Afssa tra l'altro afferma: "Ces auteurs semblent méconnaître la règle élémentaire régulièrement soulignée par la communauté scientifique et les institutions internationales, à savoir qu’une différence statistique significative ne conduit pas nécessairement à une conclusion biologique" (questi autori sembrano misconoscere la regola elementare regolarmente sottolineata dalla comunità scientifica e le istituzioni internazionali, e cioè che una differenza statistica significativa non conduce necessariamente a una conclusione biologica).
Che l’ipotesi di Séralini non fosse proprio tutta questa simpatia di credibilità, era dimostrato anche dal fatto che già nel 2004 i reni dei ratti usati in questo studio furono riesaminati “alla cieca” (cioè senza sapere da quale gruppo di animali, alimentati con Mon863 o meno, i reni provenissero) da anatomopatologi indipendenti che conclusero che non vi era alcun segno di tossicità. Ma magari tutti questi scienziati erano solo dei venduti, come si usa dire di recente.
Come spesso accade in tema di OGM (altro brillante esempio nè è il caso Ermakova) molti si domandano “perchè per fugare ogni dubbio non è stato ripetuto lo studio?”. La domanda è lecita, ma un po’ ingenua: da anni c’è un intenso dibattito sulla necessità/utilità di sacrificare animali da laboratorio per la ricerca. Problema peraltro sollevato a più riprese da gruppi animalisti non molto lontani da quelli anti-ogm (Per approfondire qui il link a un interessante post di un altro blogger, che peraltro è pure contrario agli ogm). Per questo esistono apposite commissioni etiche che valutano l'opportunità di tali sperimentazioni.

Etica vuole dunque che i test sugli animali vengano effettuati solo se necessario, e che qualora siano disponibili sufficienti informazioni provenienti anche da altri tipi di test (chimici, in vitro ecc.) i test sugli animali vadano evitati. Il caso del MON863 è un classico esempio in cui sacrificare altri animali può far piacere a chi si oppone agli OGM, ma non risulta affatto necessario. Infatti non è vero che lo studio effettuato indichi un sospetto di tossicità, e non lo dice BBB! ma: l’Istituto Roch, l’EFSA, l’Afssa, la CGB, due statistici indipendenti, per non parlare dei referees di Food and Chemical Toxicology, a nostro modo dunque un buon numero di "esperti" (di quelli veri si intende) che sostengono tra l'altro che non ci sono dubbi sulla qualità dello studio presentato nel dossier. Se poi si aggiungono anche tutte le altre informazioni disponibili su questo evento presentate nel dossier, è facile pensare che nessun comitato etico serio approverebbe una nuova sperimentazione sui ratti solo per soddisfare la curiosità di qualche "cronico" oppositore.


P.S.: Abbiamo richiamato spesso in questo post la nostra opinione (in ogni caso massimo rispetto per chi la pensa diversamente da noi) sul fatto che non si possano definire tout court "indipendenti" o "esperti" coloro che sono ideologicamente (o economicamente) schierati contro gli ogm. Parlando per esempio del dott. Séralini, ci viene infatti il sospetto che le motivazioni che lo portano a dichiarare la presenza di “segni di tossicità” (nonostante, stimandolo come ricercatore, crediamo si renda perfettamente conto che la statistica dice altrimenti) risiedano più in una certa preconcetta avversione verso il geneticamente modificato per sè (o le multinazionali, o magari anche solo simpatia per coloro che sostengono il suo comitato) piuttosto che nei dati sperimentali. Sarà poi un caso che già prima che la discussione sullo studio in questione cominciasse (ovvero nel settembre 2002) il Crii-gen dichiarasse la sua “avversione” a priori verso questo mais resistente alla Diabrotica?

martedì 6 novembre 2007

figli, folina, fumonisina... e OGM

Tutte le donne in dolce attesa sanno che uno dei MUST della gravidanza è l'assunzione di acido folico. Questo consente di ridurre dal 40 all'80% i casi di spina bifida. Una malformazione del feto decisamente poco simpatica.
(se c'è qualcuno che non crede se non vede qui trova qualche immagine, ma ne sconsigliamo vivamente la visione).

Fin qui nulla di nuovo sul fronte occidentale, sennonchè da un po' di tempo si stanno accumulando indicazioni sul fatto che una classe di tossine naturali, le fumonisine, ha un effetto antagonista a quello della folina, ovvero aumenta i casi di spina bifida.
Gli OGM in tutto questo cosa hanno da dire? Beh, il mais Bt presenta un livello di fumonisine di gran lunga (30-40 volte) inferiore a quello del mais "convenzionale" o biologico. E qui scoppia la bagarre...

...ma andiamo per gradi:


1) Una pubblicazione recente mette in evidenza la correlazione forte esistente tra le malformazioni congenite al tubo neurale nel feto e il consumo di mais contaminato da fumonisine e di come il consumo di mais Bt (un OGM) possa svolgere un ruolo benefico nella prevenzione di queste maolformazioni in quanto presenta livelli di fumonisina molto più bassi.

2) In Italia i Verdi lottano contro l'Europa perché invece alzi il livello di contaminazione tollerata per le fumonisine nel mais, combattendo allo stesso tempo contro gli OGM (tra cui anche il mais Bt) che potrebbero invece consentire di contenere questa problematica senza aumentare i rischi per la popolazione.

Bella storia!


La fumonisina: un identikit

La fumonisina é una sostanza tossica prodotta da una muffa che colpisce tra le varie colture il mais. Ha numerosi effetti tossici ed é cancerogena. Intossicazioni da questa tossina provocano, tra l'altro: edema polmonare, gastrite ulcerosa, ipertrofia del cuore, e morte. Insomma, non é propriamente una sostanza che si vorrebbe avere nel piatto, giusto?


Allora come mai esponenti di un partito che si sta spacciando, come tutti gli altri sedicenti liberati, come difensore della nostra salute di fronte alla minaccia occulta degli ogm, PROMOTORI DEL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE SENZA SE E SENZA MA, sono tra i primi firmatari di un atto che chiede all'Europa di rivedere al rialzo i limiti massimi di questa tossina accertata negli alimenti?

Avete capito bene: la Commissione Europea cerca di limitare la contaminazione del cibo per proteggere i consumatori, e l'Italia (i Verdi in testa!) chiede di ridurre i livelli di protezione!

Non vi pare un classico esempio di applicazione selettiva del principio di precauzione?

1) Se una cosa (ad esempio gli OGM), sulla base delle conoscenze disponibili, è da considerarsi sana e, come abbiamo visto, utile a ridurre alcuni rischi alimentari, si invoca il Principio di Precauzione asserendo che non si può mai sapere se non salterà fuori un effetto negativo imprevedibile...

2) Se invece una cosa si sa che fa male (anche ai nostri figli), come il mais contaminato da fumonisine, allora non servono precauzioni: sappiamo già a cosa andiamo incontro!! (sic!)


Le Beau Geste.

L'onorevole Lion dei Verdi ammette che la sua iniziativa non è guidata da motivi sanitari, ma essenzialmente dal fatto che se effettivamente l'Europa facesse entrare in vigore i limiti di contaminazione proposti sul mais, più del 50% del mais italiano non potrebbe essere consumato perché sforerebbe di un bel pò i limiti massimi previsti. Si giustifica poi dicendo che comunque il livello di fumonisina nei nostri mais sarebbe sotto la soglia che dà un effetto tossico.

Ecco, signor Lion, lei però dimentica due elementi:

1. la fumonisina é cancerogena, e, per precauzione (si, lo stesso principio che vuole venga applicato per gli OGM) sarebbe meglio mantenere i livelli il più basso possibile. Anche perchè l'effetto della fumonina è lineare. Più tossina più danno. Non esiste un vero valore soglia (se non la soglia sopra la quale il feto muore).

2. la correlazione tra fumonisine e difetti del tubo neuronale dei feti sembra essere dovuto alla sua interferenza con l'assorbimento del folato, che invece, come abbiamo visto, previene queste malformazioni. Quindi mentre i medici prescrivono a tutte le future mamme integrazioni di acido folico per prevenire le malformazioni dei nascituri, lei e i suoi amici Verdi vi premurate di innalzare i livelli di una tossina che andrà a diminuirne l'effetto preventivo. Per non parlare poi dell'impatto che può avere su quelle donne che "magari" l'integrazione di acido folico non la prendono.

Lei può dimostrare, oltre ogni dubbio, che q
uesta sua richiesta non avrà effetti sulla salute dei nostri figli?


E gli OGM?

Lei poi si giustifica dicendo che: "allo stato attuale delle nostre conoscenze, nelle nostre condizioni colturali, non esistono metodi di sicura efficacia per contenere queste tossine sotto la soglia indicata dalla normativa"

...no, signor Lion, lei si sbaglia: una soluzione esiste ed è a portata di mano, si chiama mais Bt: il mais resistente alla piralide è molto meno contaminato da fumonisina, perchè questa muffa usa proprio le gallerie scavate dalla piralide per attecchire. Questo lo dicono numerosi studi svolti anche in Italia, e lo ammette (obtorto collo) addirittura il Consiglio dei Diritti Genetici del nostro amico Capanna! Se lo dicono persino loro... possibile che non gliel'abbiano detto che il mais Bt non solo non fa male, ma è più sicuro del mais tradizionale?

In ogni caso, se fino ad ora non lo sapeva, ora lo sa. E così abbiamo risolto due dilemmi importanti:

1) gli OGM fanno male?
2) gli OGM servono all'agricoltura italiana?

Le risposte gliele scriviamo qui sotto così le può mandare a memoria:

1) no, anzi, il mais Bt aiuta a prevenire i rischi legati alle fumonisine che, soprattutto in gravidanza, sarebbe meglio evitare in quanto contrastano l'azione della folina e portano ad un aumento dei casi di spina bifida.

2) sì, ad esempio il mais Bt consentirebbe di ridurre significativamente (oltre l'80%) il contenuto di fumonisine nel mais italiano che è cronicamente fuori norma per questa tossina.

Certi di esserle stati utili attendiamo un suo cordiale riscontro, anche per rassicurare le donne in dolce attesa italiane.

La Redazione di BBB!

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P.S.: alla fine Lion & Co. l'hanno avuta vinta e l'Europa ha concesso livelli piú alti accettando implicitamente l'assunto per cui non si possa far niente per ridurre questa contaminazione... quando l'ideologia é piú forte della verità, sarebbe proprio il caso di dire che ci si rovina il fegato e la salute...

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