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venerdì 7 agosto 2009

Avete (davvero) paura dell'OGM?

Sì, tutti sappiamo che i consumatori non vogliono gli OGM. Così come nessun consumatore vorrebbe il monossido di diidrogeno nel suo piatto (DHMO). Questo non è una novità.

Sfido chiunque a dire, intervistato, che vorrebbe abbuffarsi di grassi o cose che - nella vulgata comune - sono considerate peggio delle scorie radioattive. Anche se poi, nel segreto del proprio privato, non si fa scrupoli a mangiare al "Mec" o a guarnire i propri succulenti piatti con intingoli dalla dubbia salubrità.

Ma se...
invece di chiedere: hai paura degli OGM?
(che suona tanto come il gioco che si faceva da bimbi: Avete paura dell'uomo nero? Sìììììì)

chiedessimo: di cosa hai paura quando mangi?

In che posizione si classificherebbero gli OGM?

Beh, vediamo cosa è emerso dall'ultima indagine della Food Standards Agency inglese...


Ehm... no, non ci sono gli OGM. Per trovarli dobbiamo girare pagina e andare in fondo in fondo, si, guarda, sono lì che se la giocano con la BSE - di cui francamente diciamocelo - non ne sbatte niente a nessuno (prima di spararsi una fiorentina bella al sangue chi si chiede... e se mi pigliassi la BSE?).


Il dato più interessante poi è che, se confrontiamo chi sa che ha paura degli OGM (perchè lo dice spontanemente senza essere imboccato), con chi invece ha questa paura solo a richiesta, vediamo che il numero di "spaventati" si dimezza e scende al 2%.


Insomma, il 2% della popolazione inglese vive con la paura degli OGM (credo che questa percentuale sia inferiore a quella di chi crede negli UFO e si avvicini a quella degli scichimisti...).

Un dato senza dubbio significativo. Sì perchè, per assencondare e (tentare di) ingrossare questo 2% - rumoroso - noi abbiamo una delle normative più surreali del pianeta e subiamo campagne mediatiche che non hanno eguali per nessun altro problema alimentare, fame nel mondo inclusa (da noi ci hanno fatto pure un "referendum"!!).

Insomma, diciamolo, al consumatore non ne sbatte nulla degli OGM. E ammettiamolo, anche a noi non ne frega una cippa. Ci scaldiamo solo perchè è "giusto" scaldarsi, ma nella vita reale su questo tema non siamo nemmeno tiepidi. Siamo dei -80°.


Una provocazione agostana

Eppure, eppure tutti noi dobbiamo/vogliamo avere in etichetta l'indicazione "contiene OGM". Certo, voi direte, è perchè è un'informazione importante, perchè essere informati è un diritto.
Però a tale affermazione verrebbe da replicare:

1) perchè è così importante? contiene forse informazioni di natura sanitaria o salutistica? Peraltro, da quando tali informazioni di salute pubblica sono incluse in etichetta?


2) se è così importante allora perchè interessa, nonostante le intense campagne mediatiche, solo il 2% della popolazione?

3) se questa indicazione in etichetta è ricercata da solo il 2% della popolazione (probabilmente meno) e non fornisce indicazioni legate alla sicurezza alimentare del prodotto, perchè il 100% della popolazione dovrebbe pagare analisi e controlli per averla? Non sarebbe più sensato rendere tale etichettatura volontaria e non obbligatoria?

Immaginatevi se fosse obbligatorio indicare su tutti i prodotti "questo prodotto NON è da agricoltura biologica" e voi doveste pagare di più il prodotto affinchè tutte le aziende subiscano controlli per verificare che effettivamente non usino prodotti biologici nella produzione...

Vi pare una stronzata? Ecco, pure a me...

mercoledì 1 aprile 2009

A tutto campo (sui 2 pesi e 2 misure)

Cosa pensereste se vi dicessero che una multinazionale ha modificato un gene del girasole per renderlo tollerante ad un erbicida (di sua proprietà) e poi ha messo in commercio la varietà senza seguire la normativa prevista per gli OGM?

E se sviluppasse con lo stesso metodo anche frumento, riso, sorgo, colza, soia, mais... sempre senza eseguire estensive prove di sicurezza alimentare e ambientale?

E se ci fossero potenziali ricadute negative non solo sulle pratiche agronomiche, ma anche sulla concorrenza?

E se gli agricoltori fossero “caldamente” invitati a non riusare il seme, ma a riacquistarlo ogni anno, insieme all’erbicida, della ditta di cui sopra?

Se pensate che questo sarebbe inaccettabile… sappiate che è esattamente quello che è successo e sta succedendo: già ora!

Anche se il protagonista di questa storia, probabilmente, non è quello che avete in mente...


Resistere, Resistere, Resistere!

Contrariamente a quanto spesso si sente dire in giro, la resistenza agli erbicidi non è un carattere nato con le piante transgeniche, ma ben più anziano. Risale infatti alla metà degli anni 60 (ben prima dell’arrivo degli OGM) ed è un carattere storicamente apprezzato dagli agricoltori perché semplifica non di poco le operazioni colturali.

Se visitate il sito della BASF e fate, ad esempio, una ricerca con “Clearfield”, trovate numerosi prodotti (legalmente non-OGM) che vengono promossi per la loro tolleranza ad un erbicida. Si veda il frumento o il riso o altri ancora.

Tutte queste varietà sono resistenti ad un composto della classe dei Imidazolinoni (il principio attivo è l’Imazethapyr) che colpisce l’acetolattato sintasi (ALS), il primo enzima nella via di biosintesi di leucina, isoleucina e valina, tre amminoacidi indispensabili per la sopravvivenza della pianta.

Piante (mutanti) resistenti a questa classe di erbicidi sono state isolate in numerose specie (ad esempio nella specie modello Arabidopsis) e spesso la resistenza agli imidazolinoni è associata anche alla resistenza alle sulfoniluree.

Una decina di anni fa è stata scoperta anche una variante naturale del girasole selvatico tollerante all’erbicida Beyond (Imazamox) commercializzato dalla BASF. Le varietà da esse sviluppate, che richiedono l'uso dell'erbicida della BASF, sono in commercio anche in Italia.

Nel tempo BASF ha sviluppato una serie di altre piante resistenti all’erbicida. Il gene resistente è stato selezionato in alcuni casi da mutanti spontanei, e inserito tramite incrocio nelle nuove varietà, in altri casi è stato ottenuto tramite mutagenesi classica, in altri ancora verrà sviluppato usando una tecnica di mutagenesi sito diretta sviluppata da CIBUS.

Come alcuni giustamente sottolineano, questa tecnica è probabilmente più sicura rispetto alla mutagenesi classica, ma è altrettanto evidente che si tratta di una modifica genetica, deliberata, ben precisa e mirata: anche se non è oggi soggetta a tutta la regolamentazione a cui sono soggetti i transgenici. Questa tecnica potrebbe addirittura portare ad una ridefinizione del concetto di modificazione genetica nella legislazione (non nella biologia, quella ha sempre avuto le idee chiare).

La ditta però non vuole nemmeno entrare in tema e afferma: “all CLEARFIELD varieties are developed using traditional plant breeding techniques to meet the global demand for non-GMO grains”.

O ancora: “Since the CLEARFIELD trait for sunflowers is naturally occurring, and was cultivated and incorporated into germplasm with traditional plant breeding procedures, the CLEARFIELD technology is not a genetically modified organism (GMO).”

La BASF insieme a Cibus Genetics negli Stati Uniti applicheranno la tecnologia innovativa alla colza e si sta lavorando anche su riso, sorgo e frumento. E il sito di Cibus annuncia in prima pagina che: “Cibus produces traits that are free of the market resistance and regulatory burden of products engineered using the introduction of foreign genetic material.”


Alcune riflessioni

Dobbiamo ammettere che questa nuova tecnologia di modificazione genetica (RTDS) ci piace molto e dimostra come possano essere belle le biotecnologie. Diversa questione però si pone sul risultato operativo che abbiamo trattato.

Fatichiamo infatti a comprendere il perchè una soia Round-up Ready tollerante al glifosato (per la legge un OGM) debba sottostare ad una normativa surreale e sia attaccata da tutto il mondo "no-OGM" per il suo presunto impatto ambientale, mentre le varietà Clearfield tolleranti all'Imazethapyr (per la legge non-OGM) possano essere bellamente commercializzate senza alcun tipo di risk assessment obbligatorio.

Hanno forse una classe di rischio diversa? Ne siamo sicuri?


Clearfield o Clearisk?


Innanzitutto gli esperti, ma anche i dati, ci dicono che la resistenza nel caso del frumento, del sorgo e del girasole si trasmetterà presto per incrocio alle specie selvatiche e infestanti che si trovano negli stessi campi coltivati o ai bordi.

Peraltro la resistenza agli inibitori delle ALS (nel caso specifico) è assai diffusa in natura (linea rossa), mentre, ad esempio, lo è molto meno quella alle glicine (linea azzurra) che sta alla base della tecnologia (OGM) Round-up.
Questo si è già visto con la costituzione di varietà di riso resistenti a questi erbicidi. La resistenza è già migrata nel riso crodo (red rice) al punto da rendere inservibile l’erbicida per il suo controllo. Nel caso del riso crodo, infatti, la frequenza della mutazione spontanea è cento volte inferiore al trasferimento per incrocio. In breve tempo quindi il trattamento con erbicida non servirà più e spesso non funzionano nemmeno altri erbicidi (della concorrenza) che colpiscono la ALS. In pratica si mette fuori uso la tecnologia propria e anche quella degli altri.

BASF è cosciente di ciò e richiede il rispetto di regole strettissime per non vanificare questa tecnologia, tra cui:
  • Purchase new seed (certified or registered) every year from a CLEARFIELD seed retailer. Do not save CLEARFIELD wheat seed to plant next year’s crop.
  • Use Beyond or Clearmax for weed control according to label directions, including the stated label rate and timing.
In sostanza non sembra comportarsi in modo diverso da molte altre ditte.
Ma la domanda che nasce spontanea è sempre quella: se le varietà Clearfield fossero OGM, quanti urli di dolore si sarebbero (ed in parte anche giustamente) levati? Però, non essendolo, anche se i rischi sono gli stessi o in alcuni casi peggiori di quelli delle colture GM (per legge), tutto tace.

domenica 25 gennaio 2009

Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale

Pare che in questo avvio di 2009 non ci sia molto da dibattere in tema di OGM, ma sia piuttosto il latte (crudo o cotto, pastorizzato o bollito) a farla ancora da padrone.

Questo perchè il nostro Andrea ci segnala che sull'ormai famoso distributore "modello" (come suona bene questa parola per un biotecnologo!) sono apparsi nuovi messaggi più o meno minatori...

Il primo pare essere molto chiaro:


Il Ministero "detta" le regole per un utilizzo corretto del latte crudo. Che così diventa bollito "per legge".

Però, guardando bene, si vede sulla sinistra emergere una freccia. Sarà forse una spiegazione del nuovo adesivo? Sì, in effetti lo è, anche se non proprio come noi ci saremmo aspettati...


Voi che ne dite?

giovedì 8 gennaio 2009

Buon 2009 a latte bollito!

Cari lettori bentrovati!
Questo per i più longevi di voi (in qualità di lettori, si intende) è il secondo capodanno insieme e bisogna ammettere che di strada ne abbiamo fatta...

Propositi per il nuovo anno? Beh, certo qualcuno l'abbiamo, ma lo teniamo in serbo per non rovinarvi la sorpresa. Sappiate solo che come nostra abitudine saremo sempre graffianti e molto poco ruffiani.


Latte crudo, ovvero bollente

Vorremmo aprire l'anno nuovo con un update su di un tema che ci ha scaldato non poco nel recente passato: il latte crudo.

Un nostro caro e affezionato (oltre che competente) lettore ci ha infatti inviato prova dell'aggiornamento che ha subito il distributore di latte "crudo" vicino a casa sua. Questo dovrebbe mettere la parola fine all'intera vicenda. Almeno per noi. Eccola qui:


La scritta è chiara, è in rosso (anche se ci dicono che non è proprio nel primo posto che uno va a vedere ed è dopo alle informazioni sul gusto, ma vabbè).

Ci resta solo una domanda: ma se il latte crudo va bollito come fa a conservare intatti i suoi preziosi elementi nutrizionali? (v. foto)

Non è = identico a quello del supermarket? (in termini di qualità)

La parola agli esperti.

mercoledì 4 giugno 2008

Divergere, Divergere, Divergere

Sebbene il fronte politico dei "positivi" pare allargarsi, non è che al momento si nutrano grandi speranze... anche perchè pare che (in generale) il livello del dibattito ultimamente stia dando i primi sintomi del coma etilico...

Mentre ci deprimevamo abbiamo però trovato un dato interessante nella rete. Un dato che probabilmente non molti conoscono (anche perchè con gli OGM non ha nulla a che fare) ma che mette in luce alcune dinamiche molto interessanti.

Per chi ci capisse poco sappia che in blu c'è quanto porta a casa l'agricolo, in rosso la GDO.


Cosa significano queste 2 quasi rette decisamente divergenti?

Beh, lo facciamo dire direttamente ai produttori del grafico, il CLAL, una équipe che annovera esperti del settore Lattiero-Caseario e che opera dal 1962:

"Il prezzo finale di un prodotto remunera l'intera rete di filiera e le prestazioni operate ad ogni livello intermedio.
  • Il Produttore agricolo italiano ha, nel tempo, sempre più potenziato la qualità del latte, investendo sia nella selezione genetica del bestiame, sia nella ricerca dell'alimentazione più appropriata, sia nella gestione complessiva della stalla, volta ad assicurare il benessere agli animali e a garantire condizioni igienico sanitarie ottimali.
  • L'Azienda trasformatrice ha preso in carico la qualità prodotta alla stalla e ne ha curato il trattamento termico, il confezionamento, la logistica di consegna, procedendo secondo un criterio di ampliamento capillare della sua presenza sul territorio nazionale, la promozione dell'immagine di qualità. Ha provveduto, inoltre, a ritirare il prodotto prossimo alla scadenza (i resi), al fine di salvaguardare la freschezza come valore aggiunto della qualità.
    L'Azienda trasformatrice ha trasformato il latte da "oggetto di consumo" indifferenziato in "bene di servizio" rispondente a bisogni diversi.
  • La Grande Distribuzione, ultimo anello aggiunto nella filiera, ha sostituito gran parte dei piccoli punti commerciali prima esistenti, predisponendo la diffusione generalizzata del prodotto, con una ricarica consistente dei prezzi al consumo.
Alla luce dei ruoli sopra delineati, il grafico pone con evidenza la questione del divario dei prezzi, generata soprattutto dai cambiamenti avvenuti nella tipologia della vendita."



Dobbiamo ammettere che apprendiamo con interesse ed un certo piacere il fatto che da mungere non ci sono solo le vacche... ed ecco poi spiegata l'avversione verso l'OGM, se ci tengono OGM-free produciamo di più (per loro si intende!).

Grazie GDO, che pensi sempre a noi!

mercoledì 23 aprile 2008

That's Business (Politically Correct Certified)

Cogliamo l'occasione che ci arriva succulenta dal nostro "imbattimento" nel seguente (e per noi anche interessante) volantino...
...per affrontare un tema a nostro avviso largamente sottostimato: il rapporto causa/effetto.


Denaro "sporco"

Pare che questa (non nuova) idea dei vestiti bio sia l'ultima frontiera del marketing policamente corretto. Fa belli e magari vende anche bene.

Come funziona? Semplice! E' una forma di riciclaggio. Infatti tu converti le tue banconote "OGM" in indumenti "eticamente puliti" in quanto certificati non OGM. Nel mentre della transazione, è vero, ti senti un po' più leggero, e magari un po' fesso, ma alla fine la vera domanda che ti assilla è: se metto in tasca il resto mi si contamina il vestito o esiste una soglia di tolleranza (5€? 9,99€ purche sia una presenza accidentale?)?


Causa ---> Effetto

Aldilà degli scherzi, forse è il caso, una volta tanto, di domandarsi quale effetto hanno queste (contorte e un po' mielose) politiche di marketing sul nostro piccolo mondo - e su chi lo abita, a parte il cercare di aumentare i profitti delle aziende che le applicano.

Si diceva causa/effetto. Uno dei principi base che regola il nostro viver (più o meno) civile è che esiste sempre una relazione tra ciò che uno fa e gli esiti che ne ottiene (o almeno così dovrebbe essere).

Beh, per quanto riguarda il nostro amato orticello, rigorosamente OGM, le cose non stanno molto diversamente. Interroghiamoci dunque sui possibili risultati che potrebbe avere la politica di marketing adottata da Benetton.


(De)Filati

Torniamo quindi al nostro volantino e vediamo cosa implica la scelta "ORGANIC" per Benetton.

Questo, a detta loro, favorirebbe comportamenti più rispettosi dell'uomo e dell'ambiente. Seppur non entrino poi tanto nel merito della questione (quasi fosse ormai un dato di fatto che le cose stian così). Ma per quello, come al solito c'è BBB!


Cotone sì, ma come?

Per l'Italia va detto innanzitutto che di questioni da approfondire non ce ne sono. Di cotone non se ne fa. Non esiste un solo capo di abbigliamento italiano fatto con cotone italiano. PUNTO.

Il problema sta semmai dove lo fanno: soprattutto India, Cina e Brasile. E là se ne fa parecchio. Chissà però perchè in quei posti il cotone biologico rappresenta all'incirca l'1% del totale? Secondo voi c'è un motivo?

Sarà che ci sono molti insettini affamati che fanno perdere gran parte del raccolto (20/60%) e ne compromettono la qualità?

Sarà che la resa per ettaro si abbassa di molto?(*)

Eppure, in questo contesto di difficoltà a fare a meno della chimica (il 25% degli agrochimici mondiali vengono usati per il cotone), gli OGM ed in particolare il cotone Bt rappresentano oggi circa la metà (43%) della produzione mondiale. Ed hanno conquistato questa posizione in meno di 10 anni. Insomma, perchè il cotone OGM, a differenza del "biologico", piace agli agricoltori?

Sarà per il fatto che i dati raccolti dimostrano che hanno rese maggiori, usando meno insetticidi, avvelenando di meno chi li usa, assicurando un raccolto contro gli insetti infestanti e a fine stagione anche quale rupia in più per mandare i figli a scuola o allargare la propria casa?


Question time

Tutto questo, a quanto pare però ai Benetton (e a chi ragiona come loro) non interessa... visto che, per ragioni di business, impediscono ai loro fornitori di usare questa innovazione tecnologica che ha dimostrato di poter migliorare significativamente la loro vita e ridurre allo stesso tempo l'impatto ambientale di questa coltura.
Loro dopotutto comprano la merce sul mercato e se l'annata al povero agricoltore bio va storta nemmeno se ne accorgono.

Ma ecco, appunto, qui nasce spontanea la prima domanda: Benetton, che fa vestiti carini, ma non è una griffe da 1.000 € a calzino, come fa a reperire cotone biologico di alta qualità a prezzi popolari, considerando la dimensione ridicola della produzione globale, la bassa qualità media del prodotto ed i costi operativi più elevati per la gestione di campo?

E, seconda domanda, forse più importante. Che impatto avrà su scala globale la promozione che queste aziende fanno di una agricoltura a bassa produttività? Se il cotone biologico produce in media un 40% in meno del convenzionale questo significa che per produrre la stessa quantità di filato avremo bisogno del 40% in più di terra. Da dove la prendiamo?



Le possibilità sono solo 2, o si intaccano sistemi ancora vergini, o si convertono terreni dedicati a staple crop (riso, grano) a cash crop(**) (cotone - per non parlare dell'uso di colture alimentari per produrre energia). La mappa ci dice che mettere nuove terre a coltura è un suicidio ambientale (finimo del tutto la foresta amazzonica? devastiamo il Sahara? coltiviamo le Alpi?)...

...Benetton però che ne pensa? (***)
Insomma, mica balle!


Note a margine

* Argentina saw a 30 to 35 per cent decrease in yield in the area which converted to organic... In India it was 35 to 40 per cent and Turkey 30 to 40 per cent.

** Questo fenomeno è una delle cause della crisi alimentare oggi in corso.

*** Benetton nella sua CSR ha dei progetti molto carini di microcredito (il tutto a beneficio della stampa - in questo caso sappiamo che la massima evangelica - la tua destra non sappia cosa fa la tua sinistra - non ha molto valore e nessuno fa niente per niente, nemmeno i buoni). Di certo però il suo impatto sociale, economico ed ambientale è di gran lunga superiore quando acquista le sue materie prime sui mercati internazionali e quando spinge i produttori e i consumatori a scelte economiche
su scala globale (a nostro avviso, non del tutto) etiche solo perchè la moda le ha certificate come Politicamente Corrette.
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