martedì 24 febbraio 2009

A volte ritornano: Percy Schmeiser

logo_monsanto.gifChi di voi non ha mai sentito, magari di straforo, o raccontata dall’amico del cugino dello zio, la storia del povero agricoltore canadese che si è trovato il campo “contaminato” dalla colza OGM della Monsanto ed è stato condannato a risarcire l'arci-cattiva multinazionale?

percy_silo.jpgSì, la storia di quel Percy Schmeiser che, visto che il suo campo era contaminato da OGM, invece di gridare al lupo al lupo, ha pensato bene di moltiplicare ed estendere (con la giusta intraprendenza) quella piccola contaminazione (solo 1 ettaro - sic!) a 417 ettari.

Sì, proprio quel Percy Schmeiser che, quando l'hanno beccato, hanno trovato che in quei 417 ettari aveva seminato della semente OGM pura al 95-98% (alla faccia della contaminazione), e l'hanno condannato in tutti e 3 i gradi di giudizio perchè è stato provato che insomma giocava a fare il furbetto del quartierino. Se siete interessati alla storia completa (che consigliamo) l'ha ricostruita bene Dario Bressanini QUI.


La novità.

Ecco, lui, proprio lui, sarà in Italia. I nostri politici lo osanneranno, i nostri imprenditori lo adoreranno, perchè lui si è opposto allo strapotere delle multinazionali - poco importa che questa sua lotta sia stata fatta, casualmente, per mero interesse economico personale, l'importante è che l'abbia fatta (grossa aggiungeremmo noi).

Per chi fosse interessato ecco le date del tour:

26 febbraio ore 18 Milano (Hotel ATA Fiera in Viale Boezio). Interverranno anche Giulia Maria Mozzoni Crespi (presidente del Fai Fondo per l’ambiente italiano e conduttrice dell’azienda agricola biodinamica Cascine Orsine), Joseph Wilhelm (presidente della so-cietà tedesca di prodotti biologici Rapunzel e promotore della marcia europea No-OGM), Fabio Brescacin (amministratore delegato di Ecor/NaturaSì).

27 febbraio ore 20,30 Bologna (Ambasciatori, via Orefici 19), Interverranno l’assessore regionale all’agricoltura Tiberio Rabboni, il preside della facoltà di Scienze agrarie Andrea Segrè, il presidente di FederBio Paolo Carnemolla e il responsabile Innovazione e valori di Coop Italia Claudio Mazzini.

2 marzo ore 18 Firenze (Ospedale degli Innocenti, piazza SS. Annunziata).Intreverranno Ugo Biggeri (Terra Futura), Maria Grazia Mammuccini, amministratrice dell’Arsia/Regione Toscana e Viviano Venturi, agricoltore custode toscano.

4 marzo ore 10,30 Roma (Confederazione italiana agricoltori, Via Mariano Fortuny 20). In-terverranno il presidente nazionale Cia Antonio Politi, il presidente nazionale Legambiente Vittorio Cogliati Dezza e il presidente di Legacoop agroalimentare Luciano Sita.


La proposta

Anche noi raccogliamo l'invito di Bressanini e invitiamo chiunque volesse partecipare alle varie iniziative, ad alzare una manina e chiedergli come mai, prima di scagliarsi contro Monsanto (La Multinazionale) abbia provveduto, quatto quatto, a propagare e seminare 417 ettari con schifossime, contaminanti (oltre che inutili) sementi OGM, e come mai solo quando l'hanno beccato con le mani nella marmellata abbia deciso di scandalizzarsi per questo inquinamento (fortuito al 98%) dei suoi campi?

Se poi voleste chiedere anche ai nostri amministratori e soloni invitati se pensano che tale prassi sia accettabile anche nel nostro paese, la cosa non guasterebbe, insomma perchè continuare a pagare royalties ai costitutori di nuove varieta? Perchè non abolire l'istituto della proprietà intelletuale? Perchè non anche quello (già che ci siamo) della proprietà privata?


P.S. Anna Meldolesi, che ha ispirato i nostri post sul Latte crudo, è intervenuta anche su questo argomento dalle pagine de il Riformista. Ne consigliamo vivamente la lettura.

25 commenti:

Marco78 ha detto...

Certo che non ci smentiamo mai. Tutti noi andiamo a raccattarli per il mondo i disperati e i delinquenti. Uno l'abbiamo pure eletto a capo del governo. Non c'è proprio speranza.

Artù ha detto...

Caro Marco, non voglio qui entrare nel dibattito politico italiano. Di furbi in questi anni per quanto riguarda gli OGM ne abbiamo visti a destra e a sinistra e la cosa ci ha procurato non poca disillusione.
Se il Canada eleggesse Schmeiser con oltre il 50% dei voti a capo del governo, mi spiacerebbe per il canada, ma sarebbero affari loro. Il presente governo italiano è stato eletto dalla maggioranza e quindi secondo le regole della democrazia ha il diritto-dovere di governare e l'opposizione ha il diritto dovere di criticare dove la critica è dovuta.
La cosa potrà non piacere (o piacere) a seconda della parte politica per cui voti, ma qui stiamo parlando di altro. Vogliamo che la discussione parta dai dati di fatto. Schmeiser ha trattato e riseminato centinaia di ettari con il roundup. Questo fa di lui un ladro e invece è presentato come un eroe che lotta contro le brutte e cattive multinazionali.
E mi fanno pena i giornalisti che invece di fare il loro lavoro con dignità preferiscono ripetere una minestra riscaldata e andata a male. La speranza per noi è perseguire la verità (vedi il post di Bressanini sul suo blog).
Saluti, Artù

Marco78 ha detto...

Sì certo, però mi sembra che sia impossibile cercare e dire la verità in questo mondo e che siano sempre i furbi a vincere. E' frustrante.

Lancillotto ha detto...

Il tema Schmeiser è molto complesso e delicato. Schmeiser in particolare si è aggrappato alle seguente posizione, peraltro in linea generale condivisibile:

Se nel mio campo arriva un seme OGM e lo scopro spruzzando il round-up, visto che è già nel mio campo, ed io risemino ogni anno ciò che raccolgo nel mio campo, per quale santissima ragione dovrei pagare qualcosa a Monsanto visto che io mi sono limitato a ripiantare un seme che ERA GIA’ NEL MIO CAMPO??

Peccato che la sentenza, nel suo caso, ha deciso di non considerare valida l'argomentazione per i seguenti motivi:

1) sapeva che quei semi contienevano una tecnologia in commercio
2) ciò che hanno trovato non era una coltivazione per “uso personale”, ma 420 ettari puri al 98% che provenivano da una pregressa contaminazione di 1 ettato (certo che ci vuole coraggio a chiamarla “contaminazione” - sia per le dimensioni, sia perchè non ho mai visto nessuno propagare volontariamente un “contaminante”).
3) questo prodotto era un prodotto “industriale” e non legato alla sopravvivenza "alimentare" degli Schmeiser (ci si fa l'olio da motore con la colza). Pertanto Schmeiser era da considerarsi a tutti gli effetti un operatore economico come Monsanto e come tale tenuto a rispettare le regole del mercato, comprese quelle sulla proprietà intellettuale.

Senza dubbio se si fosse trattato di un subsistence farmer che usava per il proprio sostentamento OGM, arrivati (chissà come) accidentalmente nel suo campo, avrebbe avuto ben altra sentenza.

roberto p ha detto...

Seguo la questione Monsanto/Schmeiser da tempo.

Come testimonia l’esito della votazione alla Corte suprema (5 voti per la condanna di Schmeiser contro quattro per la sua assoluzione), la faccenda non era (e non è) proprio semplice e, soprattutto, investe una serie di altre questioni che non mi sembrano tenute nel debito conto.

La questione affrontata dalle corti canadesi è se gli Schmeiser avevano “usato” oppure no il brevetto Monsanto, senza entrare nel merito di come la sequenza genetica sia arrivata nei loro campi (cross contaminazione, acquisto di sementi “in nero”, sabotaggio: fa lo stesso, in ogni caso si configura l’uso di un bene di cui ha il monopolio il detentore del brevetto, che può concederne l’utilizzo dietro corrispettivo).

Nel 1997 si è registrata una presenza dell'evento genetico Monsanto sui campi degli Schmeiser che, come facevano sempre, hanno riseminato la LORO colza che presentava una significativa presenza della sequenza genetica brevettata, diffondendola ulteriormente.

Il nodo a me sembra questo.
Se si dimostra che hanno recuperato abusivamente sementi brevettate, vanno condannati, non ci piove.
Se non lo si dimostra, che si fossero accorti o no di questa contaminazione, sembrerebbe contare davvero poco: non hanno fatto altro che fare quello che facevano da anni, cioè mettere da parte i semi delle LORO piante coltivate nei LORO terreni per riseminarli l'anno successivo.

Monsanto (e anche la sentenza 5 a 4 canadese) sostengono, invece, il contrario: se nei campi di un agricoltore ci sono piante OGM (arrivate in qualsiasi modo, ivi compresi derive da vento, uccelli, rimorchio non pulito tra un trasporto e l'altro, casini nello stabilimento che concia le sementi...), gli è inibita la possibilità di riseminare, ed è tenuto a pagare le royalties al titolare del brevetto.

Nel 2008 gli Schmeiser hanno rilevato una nuova cross contaminazione (che non sembra poter derivare dalle proprie sementi: dopo il processo, le acquistano di tipo commerciale di anno in anno), e stavolta hanno citato in giudizio Monsanto che, prima di entrare in aula, il 19 marzo ha chiuso la vertenza extra-giudizialmente, indennizzandoli dei costi per la rimozione delle piante contenti la sequenza genetica brevettata sgradita.

Monsanto, per dimostrare la sua correttezza, dichiara nel suo sito che si tratta della sua procedura standard, senza accorgersi che ammette così la grande facilità di cross contaminazioni indesiderate.

Nelle sentenze si legge che la colza convenzionale e quella con la sequenza genetica brevettata sono apparentemente del tutto identiche. Solo due sono i modi per identificarle: o spruzzare il diserbante Round Up (le piante OGM resistono, quelle convenzionali muoiono) o un’analisi del DNA.
Il produttore che voglia essere sicuro di non coltivare piante brevettate dovrebbe quindi diserbare (rimanendo solo con le piante OGM che non può “usare”, dato che quelle che potrebbe aver liberamente “usato” sono state uccise dal diserbante, il che mi sembra abbastanza folle) oppure sopportare i costi delle analisi genetiche sul suo raccolto (che se non è abbastanza folle, poco ci manca).

La mia opinione (che non mi sembra rivoluzionaria, ma pacatemente liberale) è che nei loro campi gli Schmeiser e chiunque altro hanno il diritto di coltivare quel che gli pare, raccogliere le sementi e riseminarle: se dall’esterno arriva una sequenza genetica brevettata che non è stata né acquistata né richiesta, è assurdo che il titolare del brevetto possa vantare un qualche diritto sui raccolti la cui linea genetica ha inquinato, e questo indipendentemente dal fatto che chi ha subito la contaminazione se ne sia reso conto o meno.

Sarebbe come senza mia richiesta una casa cinematografica mi spedisse a casa un DVD masterizzato e che allertasse la Guardia di Finanza perchè mi irrompesse in casa non appena lo infilo nel lettore, accusandomi di non aver pagato i diritti Siae: io non vi ho richiesto niente, il DVD me l’avete spedito voi, cosa cavolo volete da me? Non ho voluto acquistare il vostro DVD in negozio, non sta nè in cielo nè in terra che me lo spediate voi per costringermi a pagarvi le royalties.

Il caso in questione, quindi, non è assolutamente se Schmeiser è in buona fede o se è un birichino (altrimenti deviamo dal problema vero), ma se un agricoltore è libero di scegliere cosa seminare (e, eventualmente, se può riseminare i suoi semi), oppure se questa libertà d'impresa è definitivamente sospesa e tutti devono pagare royalties a un'impresa sementiera in virtù del fatto che la tecnologia da questa brevettata è imperfetta e non impedisce di diffondere caratteristiche genetiche proprietarie nei campi di imprese che i suoi semi avevano deciso di non acquistare.

Solo una volta risolti i problemi delle cross contaminazioni e salvaguardato dal punto di vista normativo il diritto a non subirle nei campi e a non doverle pagare nelle aule di tribunale ci si potrà attendere che si ridomensioni la contrarietà degli agricoltori italiani agli OGM.

Lancillotto ha detto...

Caro Roberto,
hai fatto un discorso lungo e molto articolato, spero di non essermi perso troppo, ma in ciò che dici vedo almeno 2 buchi.

1) Non è per nulla vero che Schmeiser ha fatto quello che ha sempre fatto. Nessuno è così folle da spruzzare round-up sulle sue colture se non sono round-up ready. E invece lui l'ha fatto, perchè sapeva che c'erano piante RR e voleva appositamente selezionarle. (*)

2) Il tuo paragone con il DVD non regge. Aggiustiamolo così: ti arriva a casa per sbaglio un DVD originale. Quando ti bussano alla porta per vedere se è lì ti trovano davanti ad una batteria di masterizzatori con 417 copie già masterizzate in mano e pronte per la vendita. Ecco, questo è molto più vicino a quanto è successo con Schmeiser. Non si è limitato a guardarsi il DVD (uso personale), ma ne ha fatto business. Chi di business ferisce, di business perisce.


(*) La colza di Schmeiser era "pura" al 95-98%, quindi ciò significa che lui ha usato consapevolmente la tecnologia RR per agevolarsi il lavoro nei campi. Se lui se ne fosse sbattuto alla grande e avesse continuato a fare ciò che aveva sempre fatto (ovvero non usare, perchè non è folle, il Round-up sopra una coltura che non è Round-up Ready) la presenza di OGM nel suo campo sarebbe rimasta di natura accidentale e limitata. Senza l'applicazione dell'erbicida la colza RR non presenta infatti alcun vantaggio selettivo rispetto alle altre varietà convenzionali e pertanto non si sarebbe assistito ad un suo "arricchimento" in campo.

Ciao

Lancillotto ha detto...

Sulla cross-fertilization:

Innanzitutto esistono soglie di tolleranza, la "purezza" del 100% non esiste in natura.

In secondo luogo ognuno è libero di riseminare il suo raccolto (nelle agricolture moderne non è conveniente, ma è possibile), il problema è quando tu, consapevolmente, trasformi una presenza accidentale (0,X%) in 98% non per "mangiare" (consumo personale), ma per fare business.
Dimentichiamo troppo spesso che Schmeiser ha seminato 417 ettari con colza RR. La colza però non è una coltura alimentare e 417 ettari non hanno nulla a che vedere con l'uso personale, in nessun caso.

Ribadisco:
"Senza dubbio se si fosse trattato di un subsistence farmer che usava per il proprio sostentamento OGM, arrivati (chissà come) accidentalmente nel suo campo, avrebbe avuto ben altra sentenza."

stefano ha detto...

Grandi ragazzi! continuate così
Stefano

Artù ha detto...

Caro Roberto,
aggiungo solo: gli Schmeiser non hanno avuto una contaminazione accidentale. Hanno deliberatamente spruzzato pochi ettari con Roundup per selezionare la semente da usare l'anno successivo su oltre 400 ettari. Nessuno è così scemo da spruzzare una coltura con Roundup *a meno che* non sappia già in anticipo che si tratta di piante resistenti, essendo questo un erbicida totale (ammazza tutte le piante non resistenti).
Per questo il giudice gli ha detto "knew or should have known".

Abbiamo sicuramente bisogno di gente come te che legge il blog e, pacatamente, argomenta sui punti deboli o apparentemente tali.
Se vuoi diventare lettore fisso (box a dx) del blog, noi ne saremo felici.
Se vuoi seguirci ora siamo anche su facebook
http://www.facebook.com/group.php?gid=140238025004&ref=mf
Saluti,
Artù

Lancillotto ha detto...

Ovviamente l'invito di Artù, vale anche per Stefano e tutti i nostri lettori!

Vi aspettiamo numerosi su FB e, come sempre, qui.

Lancillotto ha detto...

(ANSA) - MILANO, 26 FEB - ''Spero facciate la scelta giusta. Noi stiamo pagando un prezzo molto alto''. Percy Schmeiser da quando ha vinto una decennale causa contro la multinazionale delle sementi geneticamente modificate Monsanto, e' diventato una specie di ''guru'' della coltivazione biologica. ....

Incredibile! Uno che ha seminato 417 ettari di OGM irrorandoli abbondantemente di Round-up viene ora presentato come il guru del biologico!!! Vabbè che è l'Unità, ma c'è un limite a tutto!!!

PS. Tra l'altro la causa con Monsanto l'ha pure persa!

http://www.unita.it/newsansa/19923/ogmfai_e_guru_canadese_del_biologicorischio_e_grandeansa

nemo ha detto...

povera monsanto, in balia di questi ladri e contadini! ha proprio bisogno del nostro sosteno...

Marco78 ha detto...

non credo monsanto abbia bisogno del nostro sostegno. Penso però che se uno vuole fregarla almeno dovrebbe avere il pudore di non far finta di essere un santo. Qui il tasso di propaganda alcolica è da ritiro della patente!

m. s. ha detto...

Commento solo l'ultimo paragrafo. Sono laureato in Biotecnologie Industriali all'università di Bologna. Ho un dottorato di ricerca. E, sì, sono contro, assolutamente contro il concetto di proprietà intellettuale.

bacillus ha detto...

Sono un perito agrario con specializzazione in viticoltura ed enologia. Conduco un'azienda vitivinicola e sviluppo software gestionale per i settori dell'agricoltura, industria, servizi. Sono a favore, assolutamente a favore, del concetto di una regolata tutela della proprietà intellettuale.

m. s. ha detto...

Beh, appunto, il mondo è bello poichè vario.

Volevo solo ricordare al nostro amico Artù che essere biotecnologo non è uguale all'essere culo e camicia con chi vive di brevetti e royalties su conoscenze che potrebbero/dovrebbero essere libere.

Poi lui (come me) può pensarla come vuole, chiaro.

Lancillotto ha detto...

@ m. s.
Ho solo una domanda. Come riesci a coniugare la paternità dell'innovazione e la necessità di ritorno dell'investimento (che in biotech è generalmente molo elevato) senza una forma di tutela della proprietà intellettuale?

ciao

m. s. ha detto...

@Lancillotto:

Intanto partiamo già dal piede sbagliato col termine "proprietà intellettuale". È un termine volutamente misleading introdotto per voler equiparare cose molto diverse come la proprietà di oggetti fisici (che non sono duplicabili) e diritti legali sull'informazione (che è duplicabile) (intendo informazione nel senso formale-matematico del termine).

Questo termine porta ad aberrazioni come l'identificazione della violazione della c.d. "proprietà intellettuale" col furto, ignorando completamente il fatto che se io ti rubo un'automobile, tu non hai più l'utilizzo dell'automobile; se io duplico un tuo CD sia io che te abbiamo l'informazione del CD. Si tratta quindi di cose completamente differenti.

Detto questo, la ricerca scientifica è un esempio lampante di impresa intellettuale che non riconosce diritti di "p.i." nel senso classico. C'è una difesa della paternità e priorità di una scoperta, com'è ovvio, ma tutti i risultati sono per definizione pubblici e replicabili da chiunque. Nessuno detiene un diritto su tali risultati se non quello di essere riconosciuto autore di essi. Eppure la ricerca scientifica funziona, e funziona proprio per questo, perchè ognuno può costruire su tutti i risultati precedenti.

Il brevetto è un monopolio legalizzato su di un'innovazione: come tale (a differenza di ciò che viene comunemente creduto) esso penalizza l'innovazione complessiva, perchè impedisce alla concorrenza di costruire sulle innovazioni precedenti. E lo impedisce per lassi di tempo (20 anni!) del tutto scorrelati alla velocità attuale di ricerca e di innovazione.

Senza i brevetti, le aziende farebbero quello che fanno ora quando vendono prodotti non protetti da "p.i.". Alcuni sarebbero "parassiti", ma le aziende vincenti punterebbero sulla qualità, sui servizi correlati al prodotto e -paradossalmente ma non troppo- innoverebbero di più, perchè in un mercato in cui tutti possono usare le tue idee, conta molto chi le implementa *prima* e *meglio*. Un esempio limpido è il mercato della microelettronica. Oggi un sacco di aziende costruiscono lettori portatili mp3 "cheap", eppure la gente continua a comprare gli ipod di Apple.

Mi rendo conto che ciò può suonare controintuitivo. Consiglio la lettura del libro di Boldrin e Levin "Against Intellectual Monopoly", dove spiega molto limpidamente come il sistema brevettuale, lungi dall'essere un motore, è storicamente un freno all'innovazione e all'impresa (e viceversa la loro assenza non impedisce il fiorire del commercio tecnologico). Il testo è (coerentemente) scaricabile liberamente a: http://levine.sscnet.ucla.edu/general/intellectual/againstnew.htm

Lancillotto ha detto...

Caro m.s. (cos'è il terreno Murashige Skoog? :P :) ). Grazie per la segnalazione, leggerò con vero piacere.

Lasciami solo, per il momento, porre alcune questioni che a mio avviso servono a fondare meglio una discussione sul tema della IP (come la chiamano gli inglesi).

Il tema della proprietà intellettuale nasce innanzitutto per evitare che una persona che avesse poche risorse e molto (o solo) intelletto si veda scippare le idee da chi invece non ne ha, ma ha i capitali per realizzarle (io Davide contro la Multinazionale Golia). Se dimentichiamo questo, dimentichiamo una cosa importante.

In secondo luogo c'è da considerare che non partiamo da zero, ma la situazione attuale prevede già un articolato sistema di gestione della proprietà intellettuale. Fingere che non esista non aiuta ad affrontare in modo corretto le criticità. Vorrei inoltre ricordare che nei "brevetti", che esistono dal 1400, si possono mettere un sacco di belle clausole positive (sfruttamento non esclusivo, freedom to operate per alcune categorie di utenti - PVS, ricercatori, costitutori - exemptions - agricoltori a basso reddito o di sussistenza - e chi più ne ha più ne metta).

Quindi: Io se trovo qualcosa nel mio laboratorio, anche se sono il signor nessuno, posso brevettarlo e chiunque voglia usare il mio ritrovato - che grazie al brevetto diventa di pubblico dominio eliminando così il segreto industriale - deve bussare alla mia porta e sottostare alle mie condizioni (v. sopra). Va poi ricordato che l'uso di queste innovazioni, senza il pagamento di royalties, a fini di ricerca e per autoconsumo (da parte dell'agricoltore) è un diritto sancito in UE. Le royalties entrano in gioco quando si fa business.

Terza ed ultima nota, molto pratica. Per ottenere l'autorizzazione alla coltivazione e all'uso di un nuovo OGM in UE servono dai 10 ai 20 M€ e dai 7 ai 15 anni. Domanda, quale azienda si sobbarcherebbe questi costi se non fosse sicura di poter poi sfruttare in via esclusiva il frutto del suo lavoro?

Ciao

PS prima o poi dovrò fare un post su sta storia, ma è molto complessa...

m. s. ha detto...

Il tema della proprietà intellettuale nasce innanzitutto per evitare che una persona che avesse poche risorse e molto (o solo) intelletto si veda scippare le idee da chi invece non ne ha, ma ha i capitali per realizzarle (io Davide contro la Multinazionale Golia). Se dimentichiamo questo, dimentichiamo una cosa importante.

Già, peccato che oggi sia praticamente l'opposto. I brevetti sono detenuti praticamente solo da multinazionali, e comunque il controllo resta in mano a loro. Gli investimenti economici necessari per l'implementazione di avanzamenti tecnologici oggi non sono alla portata dei Davide.

Tanto che qualora dei singoli "deboli" inventino qualcosa di rilevante, di norma questo brevetto viene acquistato dalle aziende che potenzialmente potrebbero soffrire dell'innovazione, ma non per implementare l'innovazione, bensì acciocchè l'invenzione non venga implementata. In questo modo l'azienda ottiene i classici due piccioni con una fava: evita di dover investire nell'implementazione di una nuova tecnologia, ed impedisce alla concorrenza di trarne profitto.

ma la situazione attuale prevede già un articolato sistema di gestione della proprietà intellettuale. Fingere che non esista non aiuta ad affrontare in modo corretto le criticità. Vorrei inoltre ricordare che nei "brevetti", che esistono dal 1400, si possono mettere un sacco di belle clausole positive

Beh, meno male. Ma è un palliativo che non risolve il problema di un monopolio sulle idee.

chiunque voglia usare il mio ritrovato - che grazie al brevetto diventa di pubblico dominio eliminando così il segreto industriale - deve bussare alla mia porta e sottostare alle mie condizioni (v. sopra).

Anche qui, dipende da chi sei, perchè se sei Nessuno vs il Gigante, questi non hanno alcun problema a suon di avvocati a minacciarti finchè non gli dai il brevetto alle loro condizioni. In secondo luogo, è proprio il "sottostare alle mie condizioni" che trovo poco etico e negativo per l'innovazione complessiva della società. Vorrei un mondo in cui le idee non debbano sottostare alle condizioni di nessuno, neanche dell'inventore.

Per ottenere l'autorizzazione alla coltivazione e all'uso di un nuovo OGM in UE servono dai 10 ai 20 M€ e dai 7 ai 15 anni. Domanda, quale azienda si sobbarcherebbe questi costi se non fosse sicura di poter poi sfruttare in via esclusiva il frutto del suo lavoro?

Ottima domanda. Ma l'aberrazione è chiaramente e solamente nel fatto che servano somme e tempi così enormi per tali autorizzazioni.

Lancillotto ha detto...

No, non è l'opposto. Sarebbe l'opposto se non ci fosse l'istituto del brevetto. Poi è vero che in generale l'approccio delle aziende consolidate è di blindare le tecnologie potenzialmente concorrenti. Lì il problema sta nel ricercatore (incompetente - ma anche giustamente) che svende la sua innovazione e permette attraverso licenze esclusive la cantinizzazione dell'innovazione. Per questo però ora le Università si sono dotate di appositi uffici di trasferimento tecnologico (si pensi all'UNIMITT) con gente competente in grado di gestire negoziazioni anche complesse.

Resta salvo il fatto che non c'è brevetto che tenga e possa impedire di usare i ritrovati a fini di ricerca (in UE, in US non è codificato, ma tollerato) o, nel caso delle innovazioni agricole, l'uso senza royalties a fini interni all'azienda.

Le clausole non sono un paliativo, ma un vero e proprio sistema di controllo positivo sull'innovazione. Un controllo che consente di aggiungere diritti ai quelli già previsti dalla normativa come inviolabili (v. sopra), posso ad esempio impedire ai produttori di armi di usarlo, o di sapere i fini per cui uno vuole usare il mio ritrovato, posso pretendere che l'azienda che si assume gli oneri della commercializzazione però si impegni anche a distribuirla senza royalties agli agricoltori con redditi inferiori a 10.000 $ (v. Golden Rice) ecc.

I costi e i tempi per l'autorizzazione di un nuovo OGM sono una vera e propria barriera all'ingresso (in termini mercatistici) che impediscono ai piccoli e pubblici operatori (come le università) di poter entrare sul mercato con prodotti equi e solidali. Si pensi solo alla papaya che fu realizzata dalla Cornell e dall'USDA e che oggi non sarebbe nemmeno immaginabile con il presente processo normativo. Si tenga presente che le università americane detengono tanti brevetti sulla tecnologia GM quanti le aziende del settore.

La cosa interessante, e per cui le multinazionali ringraziano, è che questa barriera competitiva non l'hanno messa loro, se la sono trovata già fatta. Questo ha impedito ed impedisce che gli OGM diventino un'innovazione largamente "pubblica" come erano all'inizio della loro storia. Queste barriere e gli ingenti investimenti richiesti per superarle inoltre non hanno fatto altro che rafforzare e giustificare una forte ed esclusiva proprietà intellettuale... insomma, un cane che si morde la coda. Di chi è la colpa? La risposta non è certo: Monsanto.

Artù ha detto...

Caro MS,grazie delle tue considerazioni.
Permettimi di dirti che, se i tuoi atti sono conseguenti alle tue parole, ti ammiro. In altre parole se tu non sei d'accordo con la proprietà intellettuale (PI), mi aspetto che rigetti tutto quanto viene sviluppato e prodotto sotto la sua protezione, a partire dai computer, dai motori, dagli aerei, alla produzione di zucchero, farmaci e hi-fi. La PI vuol anche dire copyright su musica, libri, quadri...E' insomma una cosa pervasiva.
Io personalmente non sono culo e camicia con chi vive di brevetti e royalties, ma non ci trovo niente di male di per sè, anzi credo che la difesa della PI risponda ad un diritto fondamentale dell'individuo ed è un potente motore di innovazione e che i benefici che essa produce ricadono poi su tutti.
Tu sostieni che le conoscenze "potrebbero/dovrebbero essere libere", ma sei sicuro che tutte le conoscenze che abbiamo oggi ci sarebbero anche in assenza di protezione della PI? In altre parole, se uno non fosse sicuro di avere un beneficio temporaneo per le sue invenzioni, investirebbe lo stesso tempo e denaro con il rischio che un furbetto (come diceva Lancillotto) si appropri velocemente del risultato di tutti i suoi sforzi?
Gli esperti di questioni legali che io conosco mi dicono che probabilmente la buona parte delle invenzioni (anche nel settore biotecnologico) non esisterebbero.
Questa la premessa. Permettimi ora di far rilevare alcune inconsistenze nel tuo discorso:
Questo termine ["proprietà intellettuale"] porta ad aberrazioni come l'identificazione della violazione della c.d. "proprietà intellettuale" col furto, ignorando completamente il fatto che se io ti rubo un'automobile, tu non hai più l'utilizzo dell'automobile; se io duplico un tuo CD sia io che te abbiamo l'informazione del CD. Si tratta quindi di cose completamente differenti.
La PI ha come minimo comun denominatore un'azione di tipo intellettuale. Se io scrivo un libro mettendoci parole mie, un senso e una trama, sto creando qualcosa di nuovo che prima non esisteva.Se semplicemente copio il libro di qualcun'altro, si chiama plagio e altro non è che una forma di furto.Porto via a qualcun'altro il frutto del suo lavoro. E' ovviamente una forma "nuova" di furto perchè rubo qualcosa che è immateriale (un'idea, una creazione poetica, una musica), ma che ha un valore e può essere venduto. Il tuo esempio è sbagliato perchè non rubi l'automobile, ma l'idea di un nuovo tipo di carburatore (o di una nuova mescola per i pneumatici) che permette di fare macchine più efficienti e quindi di ridurre i consumi. Chi sviluppa l'idea sa che c'è interesse e applicazioni industriali.E sa anche che costa tempo e denaro dimostrare l'efficacia dell'invenzione. Se io copio l'idea da qualcun'altro e la rivendo facendoci su dei soldi, io compio un furto e chi l'ha sviluppata rimane con un pugno di mosche.
Altro punto per me sbagliato è quando parli della ricerca scientifica e al cui riguardo sostieni che:
tutti i risultati sono per definizione pubblici e replicabili da chiunque. Nessuno detiene un diritto su tali risultati se non quello di essere riconosciuto autore di essi. Eppure la ricerca scientifica funziona, e funziona proprio per questo, perchè ognuno può costruire su tutti i risultati precedenti.
Esattamente la stessa cosa accade per i brevetti.Tu non detieni un brevetto sull'idea/sulla scoperta, ma sull'applicazioni di tipo industriale. Quando ottieni un brevetto devi fornire tutte le informazioni per permettere a chiunque del settore di riprodurre gli stessi risultati. Il brevetto NON è un segreto. Non solo, ma chiunque può usare la tua invenzione brevettata per fare ricerca, perchè il monopolio riguarda lo sfruttamento industriale, cioè quando usi quella cosa per fare soldi.
Tusostieni che:
Il brevetto è un monopolio legalizzato su di un'innovazione: come tale (a differenza di ciò che viene comunemente creduto) esso penalizza l'innovazione complessiva, perchè impedisce alla concorrenza di costruire sulle innovazioni precedenti. E lo impedisce per lassi di tempo (20 anni!) del tutto scorrelati alla velocità attuale di ricerca e di innovazione.
Io non vedo come possa bloccare un concorrente (e ti chiedo se puoi darci almeno un esempio documentato di questo, meglio se più di uno, nel settore delle agro-biotecnologie), visto che un brevetto non impedisce affatto la conoscenza e loscambio delle idee prima che scada. Impedisce lo sfruttamento industriale indiscriminato, non il progresso della conoscenza.
Vedrò di leggere la referenza suggerita, perchè immagino che come in tutti i settori ci possano sempre essere la possibilità di azioni scorrette e di interpretazioni magari legali ma che di fatto vanno incontro allo spirito della legge. Questo non toglie nulla al fatto che i principi su cui si basa la PI mi sembrano sostanzialmente corretti.
A mia volta suggerisco di leggere il libro di Baumol (vedi sotto) e anche "L'Ipoteca Sociale della proprietà Intellettuale", di David H. Carey. Saluti.

Good Capitalism, Bad Capitalism, and the Economics of Growth and Prosperity
Di William J. Baumol, Robert E. Litan, Carl J. Schramm
Yale University Press, 2007
ISBN 0300109415, 9780300109412
(non l'ho ancora letto, ma ho letto un saggio di Baumol che dovrebbe sintetizzare il suo pensiero che viene trattato più ampiamente nel libro)

m. s. ha detto...

No, non è l'opposto. Sarebbe l'opposto se non ci fosse l'istituto del brevetto.

Nello spirito chi ha inventato il brevetto certo non voleva quest'inversione di ruoli. In teoria il brevetto tutela il debole, questo è vero. Ma in pratica, a vedere l'effetto netto, lo paralizza, tutto qui.

Per questo però ora le Università si sono dotate di appositi uffici di trasferimento tecnologico (si pensi all'UNIMITT) con gente competente in grado di gestire negoziazioni anche complesse.
Le clausole non sono un paliativo, ma un vero e proprio sistema di controllo positivo sull'innovazione.

Negoziazioni complesse e sistemi di controllo che, senza il brevetto (almeno, senza il brevetto così com'è oggi inteso), sarebbero superflui. Stiamo mettendo pezze complesse a un sistema sbagliato nei presupposti.


I costi e i tempi per l'autorizzazione di un nuovo OGM sono una vera e propria barriera all'ingresso (in termini mercatistici) che impediscono ai piccoli e pubblici operatori (come le università) di poter entrare sul mercato con prodotti equi e solidali.


Completamente d'accordo, ma è un problema a sè stante.

In altre parole se tu non sei d'accordo con la proprietà intellettuale (PI), mi aspetto che rigetti tutto quanto viene sviluppato e prodotto sotto la sua protezione, a partire dai computer, dai motori, dagli aerei, alla produzione di zucchero, farmaci e hi-fi. La PI vuol anche dire copyright su musica, libri, quadri...E' insomma una cosa pervasiva.

Beh, non funziona così. Con la "proprietà intellettuale" ci devo fare i conti, perchè purtroppo esiste e viene applicata proprio in modo pervasivo. Cerco di fare il possibile. Uso quasi esclusivamente software libero (e rilascio il software che sviluppo sotto licenze libere), se posso (non dipende sempre da me) pubblico articoli su riviste open access, eccetera. Non sono un integralista religioso, ecco. :)

anzi credo che la difesa della PI risponda ad un diritto fondamentale dell'individuo ed è un potente motore di innovazione e che i benefici che essa produce ricadono poi su tutti.

Ecco, io credo di no. Ci sono studi che danno indicazioni nella mia direzione (e sicuramente anche altri in senso opposto, i problemi non sono mai semplici). Ma mi piacerebbe che non si desse per scontato che "PI"="bene"; vorrei che ci si ponesse perlomeno il problema di riflettere su certe strutture.

In altre parole, se uno non fosse sicuro di avere un beneficio temporaneo per le sue invenzioni, investirebbe lo stesso tempo e denaro con il rischio che un furbetto (come diceva Lancillotto) si appropri velocemente del risultato di tutti i suoi sforzi?

Non solo esisterebbero, ma ce ne sarebbero di più!
Viviamo in un mondo in cui ad esempio la duplicazione di musica e film è completamente pervasiva, benchè si cerchi invano di bloccarla. Non mi pare si stia smettendo di fare dischi o film, anzi. Certo, certe dinamiche stanno cambiando, alcuni in questo cambiamento di paradigma periranno e altri risorgeranno. Ma è solo un modello diverso di propagazione e sviluppo delle idee.

Quando ottieni un brevetto devi fornire tutte le informazioni per permettere a chiunque del settore di riprodurre gli stessi risultati. Il brevetto NON è un segreto. Non solo, ma chiunque può usare la tua invenzione brevettata per fare ricerca, perchè il monopolio riguarda lo sfruttamento industriale, cioè quando usi quella cosa per fare soldi.

Lo so bene. Ma impedisci all'industria, appunto, di costruire su quel brevetto. Impedisci l'innovazione commerciale, che paradossalmente è esattamente ciò che -a parole- il brevetto dovrebbe spingere.
Se leggi anche solo il capitolo 1 del libro che ho linkato, scoprirai che l'innovazione tecnologia già al tempo del motore di Watt è stata rallentata proprio dal brevetto, e che la tecnologia del motore a vapore è fiorita non appena tale brevetto è scaduto. Ed è solo uno degli esempi.

visto che un brevetto non impedisce affatto la conoscenza e loscambio delle idee prima che scada. Impedisce lo sfruttamento industriale indiscriminato, non il progresso della conoscenza.

Impedisci lo sfruttamento industriale, quindi impedisci a tutti i dipartimenti di R&D altrui di lavorare su idee altrui che sono pubblicamente disponibili solo sulla carta. Se non posso "giocare" con un'idea, serve a poco (anche se sicuramente è meglio di nulla) che questa sia pubblicamente visibile.

immagino che come in tutti i settori ci possano sempre essere la possibilità di azioni scorrette e di interpretazioni magari legali ma che di fatto vanno incontro allo spirito della legge.

No, ecco, il testo che ti cito non parla di azioni scorrette. Esso argomenta come il concetto stesso di "PI" sia controproducente.

Se io copio l'idea da qualcun'altro e la rivendo facendoci su dei soldi, io compio un furto

No, non è un furto. Sarà un'azione egualmente spregevole nel tuo sistema etico, ma non chiamiamola furto. Furto significa *togliere* qualcosa al suo proprietario. Lì il proprietario ha ancora tutte le sue idee, nessuno gliele ha tolte dalla carta o dal cervello. Quello si chiamerà plagio, sfruttamento illegale delle idee altrui, eccetera, ma non è *furto*.

Andrea ha detto...

Qualcuno poi c'è andato a sentirlo?

Artù ha detto...

Caro MS, secondo me continui a non rispondere ad una questione importante e continui ad usare esempi inadeguati. Mi spiego. Io avevo scrito:
In altre parole, se uno non fosse sicuro di avere un beneficio temporaneo per le sue invenzioni, investirebbe lo stesso tempo e denaro con il rischio che un furbetto (come diceva Lancillotto) si appropri velocemente del risultato di tutti i suoi sforzi?
e tu hai risposto:
Non solo esisterebbero, ma ce ne sarebbero di più!
Viviamo in un mondo in cui ad esempio la duplicazione di musica e film è completamente pervasiva, benchè si cerchi invano di bloccarla. Non mi pare si stia smettendo di fare dischi o film, anzi. Certo, certe dinamiche stanno cambiando, alcuni in questo cambiamento di paradigma periranno e altri risorgeranno. Ma è solo un modello diverso di propagazione e sviluppo delle idee.

Mi colpisce la tua granitica certezza sul fatto che ce ne sarebbero di più. Tu te la sentiresti di spendere tanto tempo e soldi per sviluppare una pianta resistente a un virus (o un polimero usato per fare i DVD oppure un nuovo motore) senza che ci sia una forma di protezione della tua invenzione?
Per quello che conosco del mio settore credo che molti direbbero no. E non semplicemente perchè sono attaccati al soldo, ma perchè non non avrebbero neanche i mezzi per continuare. Io stavo per fare un brevetto (poi non è andato in porto perchè altri hanno fatto la stessa cosa prima di noi) ma sarei stato felicissimo di investire la parte di ricavi di mia pertinenza per finanziare ulteriori ricerche.
Tu non porti alcuna evidenza a sostegno della tua affermazione per quanto riguarda il settore delle agrobiotecnologie (o ad esempio per quello dei farmaci). E non porti evidenza che il brevetto nello stesso settore inibisca massicciamente lo sviluppo di nuove tecnologie o prodotti più che l'assenza di brevetti. Se c'è in piedi un sistema complesso che di fatto comunque genera progresso, prima di chiedere il suo smantellamento mi sembra opportuno fornire qualcosa di più che un'opinione (anche se argomentata).
Le società in cui i brevetti non esistono sono all'avanguardia nello sviluppo di tecnologia e prodotti?
Io non sostengo che "PI"="bene" sempre e comunque, ma che il sistema attuale ha più benefici che pecche.
Per finire tu sostieni:
Furto significa *togliere* qualcosa al suo proprietario. Lì il proprietario ha ancora tutte le sue idee, nessuno gliele ha tolte dalla carta o dal cervello. Quello si chiamerà plagio, sfruttamento illegale delle idee altrui, eccetera, ma non è *furto*.

Alcuni processi, come la produzione di sementi, sono oggi fatte a livello industriale, per questo hai bisogno di un struttura, di impiegati, di capitali. Se tu duplichi un loro prodotto e lo distribuisci in giro, tu stai portando via loro il guadagno su quelle vendite. Non è semplicemente farsi una copia a mano per proprio uso personale (il cosiddetto fair use), è sfruttare il sudore degli altri per fare soldi. Questo è chiamato furto a casa mia.
Detto questo, oggi il più grande ostacolo allo sviluppo di nuove piante GE con benefici per il consumatore e i contadini poveri, è di fatto l'eccessiva e costosa regolamentazione.

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