mercoledì 7 maggio 2008

A che ora è la fine del mondo?

No, non nel senso di fine: THE END. (per questo vi rimandiamo QUI), ma nel senso di fine: ho finito lo zucchero! o, nel nostro caso, la terra coltivabile del pianeta!).

La spinosa questione, ricorderete, ce la ponevamo giusto un post fa confrontandoci sulle opinabili scelte di marketing di Benetton. Sebbene il messaggio fosse chiaro (se si vuole fare il 100% di biologico si devono coltivare anche le Alpi e addio biodiversità naturale), altrettanto non lo era la sua rappresentazione. Ora vorremmo porre rimedio a questa manchevolezza!*

Legenda sintetica

Oggi si coltivano circa 1,5 miliardi di ettari a livello mondiale. Per produrre le medesime quantità di prodotti agricoli (non solo cibo!) senza l'uso della chimica (o degli OGM), ne servirebbero 4 miliardi, il che tradotto in termini planetari vorrebbe dire mangiarci praticamente tutte le praterie. Qualora si facesse una proiezione sulla richiesta di beni agricoli da parte di una popolazione mondiale, al 2025, di 8 miliardi di persone i miliardi di ettari salirebbero a 6. Con buona pace anche delle foreste.

Il tutto in barba alla sostenibilità ambientale (e a molte altre cose).**


Note a margine

Cogliamo l'occasione per segnalare che l'Austria si è presa una sonora tranvata nei denti per aver iniquamente invocato la clausola di salvaguardia nei confronti di 2 mais OGM autorizzati in Europa (non ha infatti presentato dati scientifici a supporto di una loro pericolosità). Verrebbe da dire meglio tardi che mai, visto che il provvedimento austriaco risale al 1999 ed il parere dell'EFSA al 2004!



*Ringraziamo un nostro affezionato lettore che ci ha tolto dall'imbarazzo.

**Qualcuno ama notare che l'alternativa è far fuori alcuni miliardi di persone. A questo va aggiunto il fatto che, perchè sia produttiva
la terra coltivata senza chimica, è opportuno irrorarla adeguamentamente con idonei liquami per produrre i quali serve altra terra! Sarà sostenibile? Ai posteri, se ci saranno, l'ardua sentenza.

11 commenti:

Andrea ha detto...

salve, sono uno studente di Biotecnologie e seguo con molto interesse questo blog...complimenti a tutto lo staff che lo gestisce! Ottime informazioni e soprattutto verificabili grazie ai link!

Volevo discutere riguardo a questo post. Vorrei infatti ricordare il grande spreco di alimenti dovuto alla grande (e piccola) distribuzione organizzata.

Mi chiedevo quindi se sia possibile evitare l'aumento delle superifici coltivabili prima di tutto migliorando la gestione della distribuzione prima ancora di far ricorso a tecnologie relativamente "nuove" (con tutti i "rischi" del caso).

Ciao!

Artù ha detto...

Caro Andrea,
grazie per i complimenti. Rimarresti stupito a conoscere l'entità dello staff, ma tralasciamo questi aspetti per venire al dunque.
Lo spreco di alimenti, a mio modo di vedere è un fenomeno profondamente "culturale". La gente spreca perchè il cibo costa poco e perchè non patisce la fame. Se il cibo fosse più caro e ce ne fosse poco in giro, la gente farebbe più attenzione. Poi magari la grande distribuzione, per i suoi tempi e per le quantità che gestice, non aiuta certo ad ottimizzare l'utilizzo efficiente dei cibi e quindi delle superfici coltivate.
Detto questo, cosa vuoi fare? chiudere la grande distribuzione? Forzare ognuno a prodursi il cibo in proprio? Sarà bello e bucolico, ma lo vediamo poco praticabile.
Quindi: d'accordissimo sul no allo spreco. Come raggiungerlo? Educando e vivendolo in prima persona e lasciando che le soluzioni saltino fuori caso per caso. Non ci sono ricette pratiche che funzionano come una bacchetta magica.
Ho risposto?

Artù

Lancillotto ha detto...

Lasciami aggiungere un paio di considerazioni a ciò che Artù ha già correttamente evidenziato.

Il tema della distribuzione è un tema caldo (non solo a livello di supermercato, ma a livello globale - noi importiamo derrate da Argentina, Brasile, USA, Canada etc con dei costi e degli sprechi... anche se va detto che le economie di molti paesi ci campano su queste esportazioni!).

Il pensare a una ottimizzazione (necessaria) della distribuzione, anche attraverso filiere corte, non può essere sufficiente a risolvere le problematiche di approvigionamento delle aree metropolitane dove la produzione di derrate è prossima allo zero ed il consumo invece elevatissimo (a meno di non pensare allo smantellamento delle città).

Serve dunque un approccio multidimensionale che ha un aspetto culturale (come evidenziato da Artù) ed uno tecnologico che punti ad un uso efficiente delle risorse: della terra in primis.

Tra queste di certo l'adozione di pratiche a basso input non pare in molti casi essere proprio il massimo sia sul versante biodiversità sia su quello della produttività.

A riguardo vi lascio con alcuni consigli di lettura segnalandovi questi 2 articoli:

http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/307/5709/550

http://agron.scijournals.org/cgi/content/abstract/99/4/960

Lancillotto ha detto...

Approposito con "rischi", cosa intendevi?

Andrea ha detto...

@ Artù: beh, ormai sono curioso: dimmi l'entità dello staff! :D

Sul discorso culturale mi trovi d'accordo (i miei genitori mi hanno insegnato fin da piccolo che "non si butta via niente"!).

Io non vorrei chiudere la grande distribuzione ma vorrei semplicemente che ci fossero più controlli, più rigore e che queste grosse aziende fossero obbligate a rispettare alcuni standard. A loro gli alimenti costano poco e per fare immagine ne comprano tantissimi...più di quelli che riuscirebbero mai a vendere...ecco dove sta lo spreco.

L'educazione è alla base di tutto ma putroppo educare a non fare tutto "solo per i soldi" è difficilmente praticabile.

@ lancillotto: sullo sfruttare al massimo le terre già coltivate mi trovi d'accordo ma quello che sto accusando io è la scarsa attenzione al "valore non-solo-commerciale del cibo".
E proprio per questo mi trovi d'accordo sull'ottimizzazione dello sfruttamento della terra.

Per rischi intendo tutto ciò che può risultare dannoso dall'utilizzo di tecniche così potenti e così relativamente nuove...i rischi vanno dai possibili danni ambientali, ai possibili danni alla salute, ai possibili danni sociali ed economici.

P.S. ho letto tutti i vostri articoli e ho visto che sembra che non esista nessun rischio ambientale o alla salute...ma questo non significa che gli ogm non possano rappresentare un possibile rischio futuro se mal gestiti.

Artù ha detto...

Caro Andrea, non esiste attività umana scevra da rischio.
Anche l'agricoltura convenzionale, la produzione di cibi e il plant breeding comportano rischi, qualche volta mortali.
Cosa ne facciamo?
Dobbiamo guardare in faccia i rischi, pesare i benefici e decidere caso per caso.
Per le piante transgeniche puoi immaginare rischi (ambientali e sanitari), ma non uno di questi risulta specifico per esse.
Qualsiasi rischio tu possa immaginare, questo è applicabile anche alle piante prodotte con metodi convenzionali.

In sintesi, occorre adottare di volta in volta le opzioni che si presentano come ottimali alla nostra ragione.
Non sempre gli OGM saranno la risposta migliore, ma precludere a priori un loro ruolo a risolvere dei problemi è solo ideologia.
Grazie per il tuo contributo, continua a seguirci...
Artù

P.S. senza nulla togliare ad una necessaria razionalizzazione della distribuzione.

Lancillotto ha detto...

Visto che si parla di distribuzione segnalo l'ultimo intervento di Bressanini.

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/

Recentemente il DEFRA, il ministero dell’ambiente e dell’agricoltura britannico, ha commissionato uno studio per verificare l’utilità del food mile come indice di sostenibilità ambientale, arrivando alla conclusione che un indicatore basato solo sullo spazio percorso non può essere una misura attendibile dell’impatto ambientale totale, per molteplici motivi. Una delle difficoltà risiede nel fatto che circa la metà del chilometraggio percorso, il 48%, è attribuibile al compratore. Da questo punto di vista è ecologicamente preferibile acquistare i prodotti in un supermercato centralizzato che non effettuare vari viaggi in negozi più piccoli. In più la grande distribuzione, continua il rapporto britannico, trasporta in modo più efficiente le merci, utilizzando meno autoveicoli pesanti al posto di un numero più elevato di veicoli più piccoli meno efficienti che verrebbero utilizzati da un sistema distributivo non centralizzato.

Secondo me dovrebbe farci riflettere tutti.

j116 ha detto...

Le stime sul quantità di terra da coltivare nel caso facessimo solo biologico sono solo indicative.
Coltivare tutto biologico è semplicemente IMPOSSIBILE (almeno con le varietà di oggi).
Alcuni parassiti sono oggi "sopportati" dall'agricoltura biologica poichè comunque vengono trattati da tutti gli altri. Cosa succederebbe se non li trattasse più nessuno? I metodi di lotta biologica sarebbero altrettanto efficaci?(Ricordo che in alcuni casi ci sono decreti di LOTTA OBBLIGATORIA, proprio per tener sotto controllo gli agenti più pericolosi).
Insomma, sarebbe un mondo dato in pasto agli insetti, ai funghi e a tutti gli altri nemici delle piante coltivate!

Andrea ha detto...

Sì, in effetti secondo me avete ragione. La domanda che mi sono posto infatti è: perchè l'agricoltura biologica funziona solo se sovvenzionata?

Oppure l'altra domanda che mi pongo è: perchè gli agricoltori nella maggior parte dei casi non la adottano anche se ci sono sovvenzioni?

Truman ha detto...

La ricerca scientifica

Uno sperimentatore aveva insegnato ad uno scarafaggio a saltare a comando. Lui gli diceva "salta!" e quello saltava.
Poi gli staccò una zampa. Gli disse "salta!" e quello saltava.
Proseguì a staccare una zampa alla volta e quello continuava a saltare. Anche con una zampa sola il ricercatore diceva "salta!" e lui saltava.

Fichè non gli staccò l'ultima zampa: gli disse "salta!" e quello non saltava più.

Quindi il ricercatore scrisse la sua relazione finale: "Quando uno scarafaggio perde tutte le zampe diventa sordo come una campana".

@Andrea: l'esempio può essere utile a capire perchè ad alcuni sembra che l'agricoltura biologica funzioni solo quando è sovvenzionata. La spiegazione potrebbe essere che l'osservatore riesce a vedere solo ciò che è esprimibile solo in termini economici. Io ho diretta esperienza di agricoltori che usano metodi biologici senza chiedere sovvenzioni, ma proprio perchè non chiedono sovvenzioni probabilmente essi sono invisibili a chi riesce a vedere solo in termini economici.

Lancillotto ha detto...

Qui però è in discussione un altro punto, cioè che se il mondo andasse avanti ad agricoltura biologica ci sarebbe una carestia globale. Questo ha poco a che fare con l'economia e molto di più con le rese.
Per l'economia poco cambierebbe. I ricchi comprerebbero, per qualche soldo in più, i pochi prodotti disponibili, i poveri invece farebbero la fame (l'abbiamo visto giusto un paio di anni fa). Oltretutto le vacche "biologiche" (che bestemmia!) non sono sufficienti a letamare l'agricoltura biologica attuale, figurarsi se questa dovesse diventare globale.

(ci potremmo inventare, come extra-certificazione un'etichetta tipo: prodotti biologici ottenuti da campi fertilizzati con deiezioni animali di origine biologica)

@Andrea. Questa sì che è una bella questione economica. Tutta questione di premium price. Se la gente non è disposta a pagare di più per un prodotto che è inefficiente (produce di meno e con minore qualità sulla medesima superficie) difficilmente l'agricoltore si sobbarcherà il rischio. Per cui si fa agricoltura biologica solo laddove e su quelle colture per le quali esisten un vantaggio economico per l'agricoltore. Infatti la maggior parte dei terreni biologici italiani sono i pascoli della barbagia. Credo che questo la dica lunga.

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