lunedì 14 settembre 2009

Compleanni Amari: un saluto al "Forgotten benefactor"

Ieri BBB! ha compiuto 2 anni e ringrazia tutti coloro che, numerosi, hanno portato i loro auguri ed il sostegno per quanto è stato fatto in questo tempo.

Non sono però giorni sereni questi per il mondo della ricerca agronomica.

Ci ha lasciato infatti Norman Borlaug, poco conosciuto al di fuori dello stretto ambito della ricerca agroalimentare, ma a cui siamo tutti debitori per la nostra sopravvivenza alimentare.

Fu lui che tra gli anni '40 e gli anni '60, colpito dal quotidiano contatto con le devastanti conseguenze della fame, si dedicò a creare un nuovo paradigma agricolo che fosse capace di produrre cibo per tutti.

A lui dobbiamo l'inizio della rivoluzione verde. A lui dobbiamo il raggiungimento negli anni '60 - '70 dell'autosufficienza alimentare da parte del Messico, dell'India e del Pakistan.

Senza di lui e la sua tenacia, il mondo avrebbe sperimentato più sofferenza e fame di quanta non ve ne sia oggi. Molti di noi, senza la sua rivoluzione, non ci sarebbero e molti altri, senza le sue varietà resistenti e ad alta resa, non potrebbero decidere del proprio destino, obbligati alla vita dei campi.

Tutto ciò non è riconosciuto come un merito da tutti, anzi qualcuno per il suo lavoro lo accusa.

Noi, che abbiamo avuto anche la fortuna di incontrarlo*, ci limitiamo a ringraziarlo perchè ha dato una possibilità di vita in più a milioni di esseri umani.

Borlaug in Messico


* Un incontro, con questo tenace premio Nobel per la Pace, che senza dubbio ha influito anche sulla nostra scelta di fondare BBB!

lunedì 7 settembre 2009

Os loquitur ex abundantia cordis


...e tu chi sei?

mercoledì 26 agosto 2009

8. Non pronunciare falsa testimonianza...

La favoletta vorrebbe che, a forza di gridare al lupo al lupo, alla fine si perda di credibilità. Purtroppo viviamo in un periodo storico dalla memoria corta, molto, troppo corta.

La cosa che è però più difficile da mandar giù è la faccia tosta di certa gente che ritenendosi moramente superiore (?) si ritiene anche al di sopra delle regole minime di convivenza civile oltre che del buongusto.

Tra le regole infrante con maggior disinvoltura si annovera, ad esempio, il "non mentire sapendo di mentire".

Questa regola civile minima è costantemente disattesa quando si parla di OGM, come più volte abbiamo qui dimostrato, ma a quanto pare tale prassi è largamente diffusa anche in altri campi, come ad esempio il fantomatico "global warming", come dimostra questa intervista video al boss di Greenpeace.



La cosa più interessante, e deprimente, è che, non essendo carino ammettere pubblicamente di aver mentito consapevolmente, per giustificarsi sono costretti a ricorrere all'ingegneria linguistica con esiti quantomeno opinabili.

Ora non ci resta che attendere anche un aggiornamento dei dieci comandamenti:

7. ...
8. Non emozionalizzare...
9. ...


Aggiornamento 31/08/09
(su segnalazione di Markogts)

Pare giusto e doveroso sottolineare che Greenpeace ha risposto alle infami illazioni contenute in questo video. Citando peraltro a propria difesa un report, nientepopòdimenoche, della NASA.

Ci sarebbero però 2 cose da rilevare a questo punto:

1) La NASA non parla affatto di 2030. Chissà poi, data la drammatica e precaria situazione climatica in cui ci troviamo, cosa sarà successo al pianeta nel Giurassico, probabilmente una vita da cani, infatti è noto che i dinosauri si siano estinti tutti per il caldo.

2) La risposta è completamente insoddisfacente. Nessuno ha messo in discussione se nel 2030 ci sarà o meno un'estate senza ghiaccio nel mar artico. Noi non abbiamo alcuno strumento per farlo (e nemmeno GP a dire il vero). Il tema è infatti un altro, è se questa ignoranza, o se vogliamo scarsa sapienza, ha il diritto di diventare menzogna, ops, emozionalizzazione, in quanto funzionale ad un obiettivo stategico nell'agenda di qualcuno.

Diritto (divino), quello all'emozionalizzazione, rivendicato esplicitamente dal qui videopresente Mr. Greenpeace. Ignoro ergo ementio.

venerdì 7 agosto 2009

Avete (davvero) paura dell'OGM?

Sì, tutti sappiamo che i consumatori non vogliono gli OGM. Così come nessun consumatore vorrebbe il monossido di diidrogeno nel suo piatto (DHMO). Questo non è una novità.

Sfido chiunque a dire, intervistato, che vorrebbe abbuffarsi di grassi o cose che - nella vulgata comune - sono considerate peggio delle scorie radioattive. Anche se poi, nel segreto del proprio privato, non si fa scrupoli a mangiare al "Mec" o a guarnire i propri succulenti piatti con intingoli dalla dubbia salubrità.

Ma se...
invece di chiedere: hai paura degli OGM?
(che suona tanto come il gioco che si faceva da bimbi: Avete paura dell'uomo nero? Sìììììì)

chiedessimo: di cosa hai paura quando mangi?

In che posizione si classificherebbero gli OGM?

Beh, vediamo cosa è emerso dall'ultima indagine della Food Standards Agency inglese...


Ehm... no, non ci sono gli OGM. Per trovarli dobbiamo girare pagina e andare in fondo in fondo, si, guarda, sono lì che se la giocano con la BSE - di cui francamente diciamocelo - non ne sbatte niente a nessuno (prima di spararsi una fiorentina bella al sangue chi si chiede... e se mi pigliassi la BSE?).


Il dato più interessante poi è che, se confrontiamo chi sa che ha paura degli OGM (perchè lo dice spontanemente senza essere imboccato), con chi invece ha questa paura solo a richiesta, vediamo che il numero di "spaventati" si dimezza e scende al 2%.


Insomma, il 2% della popolazione inglese vive con la paura degli OGM (credo che questa percentuale sia inferiore a quella di chi crede negli UFO e si avvicini a quella degli scichimisti...).

Un dato senza dubbio significativo. Sì perchè, per assencondare e (tentare di) ingrossare questo 2% - rumoroso - noi abbiamo una delle normative più surreali del pianeta e subiamo campagne mediatiche che non hanno eguali per nessun altro problema alimentare, fame nel mondo inclusa (da noi ci hanno fatto pure un "referendum"!!).

Insomma, diciamolo, al consumatore non ne sbatte nulla degli OGM. E ammettiamolo, anche a noi non ne frega una cippa. Ci scaldiamo solo perchè è "giusto" scaldarsi, ma nella vita reale su questo tema non siamo nemmeno tiepidi. Siamo dei -80°.


Una provocazione agostana

Eppure, eppure tutti noi dobbiamo/vogliamo avere in etichetta l'indicazione "contiene OGM". Certo, voi direte, è perchè è un'informazione importante, perchè essere informati è un diritto.
Però a tale affermazione verrebbe da replicare:

1) perchè è così importante? contiene forse informazioni di natura sanitaria o salutistica? Peraltro, da quando tali informazioni di salute pubblica sono incluse in etichetta?


2) se è così importante allora perchè interessa, nonostante le intense campagne mediatiche, solo il 2% della popolazione?

3) se questa indicazione in etichetta è ricercata da solo il 2% della popolazione (probabilmente meno) e non fornisce indicazioni legate alla sicurezza alimentare del prodotto, perchè il 100% della popolazione dovrebbe pagare analisi e controlli per averla? Non sarebbe più sensato rendere tale etichettatura volontaria e non obbligatoria?

Immaginatevi se fosse obbligatorio indicare su tutti i prodotti "questo prodotto NON è da agricoltura biologica" e voi doveste pagare di più il prodotto affinchè tutte le aziende subiscano controlli per verificare che effettivamente non usino prodotti biologici nella produzione...

Vi pare una stronzata? Ecco, pure a me...

mercoledì 8 luglio 2009

Provereste gli OGM in cambio di 1 miliardo di dollari?


Si chiama Diabrotica, ma sui bilanci dei maiscoltori americani si scrive 1.000.000.000 di dollari di danni ai raccolti l'anno. Ammettetelo, davanti ad una cifra del genere, sareste disposti anche voi a valutare qualsiasi opzione...

Problemi solo loro?

Questo non tanto simpatico nè innoquo insettino (“Western corn rootworm”) è una sorta di regalino targato USA offertoci gentilmente in cambio della nostra Piralide (che è invece di origine europea e loro chiamano appunto European Corn Borer).
Se la Piralide attacca, allo stadio larvale, la spiga, la diabrotica riesce a fare di meglio, infatti la sua larva attacca le radici rendendo "calva" la pianta a livello radicale e facendola cadere al suolo, un fenomeno che si chiama allettamento...



mentre gli adulti si pappano le "sete" impedendo la fecondazione della spiga. Qui vi mostriamo alcune spighe che abbiamo raccolto in un campo nella bergamasca in questi giorni. Secondo voi all'agricolo quando le ha viste che cosa gli è preso?


Nella bergamasca? Sì, nella bergamasca, perchè, grazie alla guerra nei balcani questo ospite indesiderato, questa arma biologica di distruzione di massa è arrivata anche da noi nel 1998 ed oggi è endemica in tutta la pianura padana. Un insetto che è riuscito a guadagnare qualcosa come 50-100 km di superficie l'anno, aspettando.

Cosa?

Che ci fosse un inverno e una primavera umida che permettessero alle larve nel terreno di non morire. Un inverno e una primavera proprio come quelli di quest'anno: A.D. 2009.

E noi nel frattempo noi cosa abbiamo fatto?

Esistono diversi modi per controllare la diabrotica, gli americani, che ce l'hanno in casa da anni, lo sanno bene e da tempo cercano di capire cosa funzioni meglio.

Tra questi senza dubbio il più "semplice" è non coltivare il mais. Poichè le larve si nutrono sulle radici di mais, se non c'è mais muoiono, o almeno dovrebbero (abbiamo già dei ceppi resistenti). In gergo si chiama rotazione. Ha solo un piccolo difetto: chi lo dice ad un allevatore, i cui margini economici si stanno da anni assottigliando, che invece di prodursi il suo mais zootecnico deve andare a comprarlo sborsando fior di quattrini?

L'arternativa a spendere un sacco di soldi in più si chiama agrochimica, e non è nè gratis nè wildlife friendly. I composti sono tanti e si chiamano con nomi strani: Clothianidin, Thiamethoxam, Carbofuran... e molti altri. Solo che il loro uso nella concia dei semi in Italia è stato vietato dal Ministro Zaia per il famoso problema delle Api di cui già parlammo. Ora pare che i neonicotinoidi non siano i responsabili e ci si sta concentrando su altro, per il momento comunque Diabrotica ringrazia per il lauto pasto.

Gli insetticidi possono comunque essere usati anche a coltura cresciuta, ma entrare in un campo con piante alte più di 1 metro non è facile (ci tocca usare i trampoli...) e beccare pure il momento giusto altrimenti serve a poco o nulla. Il nostro amico bergamasco ha dovuto trattare 4 volte. Le prime 2 per uccidere i maschi (i primi a nascere) le altre 2 per le femmine. Ed ora incrocia le dita, anche per l'anno prossimo.

Ci sarebbe un altro strumento: si chiama Mon863 - YieldGard RootWorm. Però è un OGM per cui non se ne parla nemmeno... infatti, dati alla mano è il metodo più efficace.


Per chi avesse difficoltà a leggere (sappiamo che non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere...) i dati raccolti indicano che il 99% delle piante Mon863 non presentano danni radicali significativi e la resa è circa il 20% superiore a quella dei campi trattati con insetticidi e del 40% rispetto a quella dei campi non trattati.

Il tutto senza trampoli (ca. 100 €/ha), senza uso di costosi composti insetticidi (ca. 150 €/ha) e dal significativo impatto ambientale, senza utilizzare litri e litri di acqua e di gasolio per irrorarli.

Niente raffinerie dietro, niente treni carichi di "pericolosi" composti che viaggiano di qua e di là. Solo dei semi che sanno difendersi da soli. Peccato che siano OGM, vero?


ma la domanda nasce spontanea...

Questa volta Coldiretti come farà a convincere i suoi associati che gli OGM all'agricoltura italiana non servono? Cosa racconterà ai suoi associati che li vorrebbero provare? Faranno l'ennesimo sondaggio tra i consumatori? Li blandiranno parlando che l'agricoltura italiana non deve fare "resa", ma "qualità"? E le spighe abortite causa diabrotica che qualità hanno?

Quanti raccolti dovremo ancora buttare in fumo tra piralide (+ fumonisine) e diabrotica prima di smettere di arrampicarci sugli specchi e riconoscere che gli OGM potrebbero aiutarci a contenere questi problemi?

Quante tonnellate di insetticidi dovremo ancora inutilmente spruzzare nei nostri campi e sui nostri piatti pur di non guardare in faccia alla realtà?

La risposta logica sarebbe che questi signori, dovendo rappresentare gli interessi degli agricoltori, chiedessero subito a Zaia la rimozione del bando ai neonicotinoidi (a meno di nuove indicazioni su effetti negativi) e una pronta riapertura della sperimentazione sugli OGM. Ma sappiamo che per quanto potente sia la logica, ben di più lo è l'ideologia.


Nota a margine

A coloro che credono ancora che il Mon863 costituisca un pericolo per la salute di qualcuno (come si potrebbe desumere da una rapida ricerca in Google) invitiamo alla lettura del nostro post sul tema, oltre che del parere dell'EFSA, a nostro avviso ben più titolata di Capanna e Compagnia ad esprimere un giudizio sul tema. Dopotutto, come disse una parlamentare dei Verdi non troppo tempo fa: "l'EFSA è un covo di biotecnologi".

mercoledì 27 maggio 2009

Docile come una volpe (OGM)...

Sì, certo, se si pensa ad una volpe il primo aggettivo che viene in mente non è certo docile, ma guardate questo video e poi diteci...



Perchè ci interessa questa storia? Beh, perchè non è frutto del caso, ma di un lungo processo di addomesticamento iniziato nella steppa siberiana nel 1959 con l'arrivo di un nuovo direttore all'Institute of Cytology and Genetics.


Visualizzazione ingrandita della mappa

A dirigere questo centro di ricerca arrivò infatti un certo Dmitri Belyaev che aveva un pallino, quello di capire i meccanismi di addomesticamento che avevano permesso di trasformare le specie selvatiche in animali da compagnia o da reddito.



Questo esperimento, che prosegue ancora oggi, ha dato dunque dei risultati sorprendenti. In sole 8-10 generazioni è stato infatti possibile, solo selezionando per il carattere docilità, non solo addomesticare le volpi, ma anche far emergere un significativo numero di caratteri fenotipici tipici degli animali domestici.



Resta da chiedersi cosa sia successo a questi "poveri" animali.

La risposta è quasi imbarazzante nella sua semplicità: abbiamo (geneticamente) sballato il loro bilancio ormonale.

In parole povere abbiamo abbassato, per via genetica, i livelli di adrenalina e quindi modificato l'espressione dei geni da essa regolati. Insomma, abbiamo creato, a tutti gli effetti, un Organismo Geneticamente Modificato, per amici e nemici: OGM.


"Some of the genes responsible for the association between tameability and hormonal and transmitter levels might have been brought together and become fixed by 8–10 selected generations. Their fixation might have modified the activity of many other downstream genes, thereby destabilizing and shifting timing of development, and uncovering some of the phenotypically hidden potentialities of the genome. This means that the interactions between genetic variants altered during selection might have produced new patterns of gene expression and new phenotypes."


Animal evolution during domestication: the domesticated fox as a model.
Trut L, Oskina I, Kharlamova A.

Institute of Cytology and Genetics, Siberian Branch of Russian Academy of Sciences, Novosibirsk, Russia.

Bioessays. 2009 Mar;31(3):349-60


Qualcuno si sente di arrischiare un'analisi su ciò sarebbe successo se avessimo provato a fare la stessa cosa in un laboratorio biotech?

giovedì 14 maggio 2009

OGM e Biodiversità: the HIPPO (Pippo) dilemma

I nostri lettori più affezionati ricorderanno che siamo già intervenuti sul rapporto tra OGM e Biodiversità. In quel caso ci interessava fare due conti per capire se effettivamente gli OGM riducessero la biodiversità intraspecifica (cioè all'interno delle specie agrarie).

Oggi invece vorremmo proporvi una riflessione sul rapporto OGM e Biodiverstà in termini più generali. Sì, perchè a detta dei Signor NO, gli OGM sono tra i principali distruttori della biodiversità, come ama ricordare anche Greenplanet.


Il declino della biodiversità

La biodiversità è senza dubbio la ricchezza più grande che abbiamo, un enorme magazzino di geni capaci di sviluppare funzioni diverse (o funzioni simili, ma seguendo strade diverse) adatte ad una molteplicità di ambienti e situazioni.


Questa risorsa è stata sviluppata e selezionata "per noi" dai milioni di anni di selezione che hanno preceduto il nostro arrivo (come specie) su questo pianeta. Da essa, mettendo in funzione la nostra intelligenza, abbiamo tratto e tuttora traiamo cibo, vestiti, strumenti, luoghi per vivere, soluzioni per i nostri problemi.

Stiamo però perdendo questa biodiversità che, mi piace ribadire, non ci interessa solo perchè "è bella", ma perchè è fondamentale per la nostra sopravvivenza.



E' interessante osservare che le principali estinzioni di massa sono avvenute in epoca "pre-umana". Se questo non ci colloca quindi tra i principali "estintori" del mondo, allo stesso tempo dovrebbe però interrogarci sulle cause che portano oggi all'estinzione delle specie e se possiamo fare qualcosa per tutelare questa risorsa irrinunciabile.


The HIPPO dilemma

Stando agli esperti è tutta colpa degli ippopotami.
Sì, pare che il loro nome sia collegato al processo estintivo attuale, in particolare:

H - Habitat loss. Perdita degli habitat. Quando si ara un nuovo ettaro, si costruisce una rotonda, una strada, una città, tutte le specie selvatiche (o quasi) perdono il loro habitat. Qui da noi magari non è così importante, ma in foresta amazzonica le cose sono un po' diverse, no?

I - Introduced Species. L'invasione di specie aliene. No, non Predator, ma ad esempio Solenopsis invicta, la formica di fuoco che, oltre a fare male, sta invadendo il nord-america facendo danni enormi in un ambiente per lei vergine che non presenta predatori.

(altro esempio carino è l'isola di Pasqua che è spoglia perchè i topi importati sull'isola hanno ridotto significativamente la percentuale di semi di palma vitali. Questo, unito all'intensa attività di deforestazione, ha di fatto permesso il collasso dell'intero ecosistema)

L'Europa non è fuori pericolo. Sono più di 10.000 le specie aliene presenti nel nostro continente con danni che superano i 10 miliardi di €/anno. Se qualcuno volesse farsi un'idea della faccia che hanno questi tipacci che distruggono la nostra biodiversità e anche la nostra agricoltura dia un'occhiata qui.

P - Pollution. Inquinamento. C'è da spiegare?

P- Population. Popolazione. Come abbiamo già avuto modo di rilevare, un uso non efficiente delle risorse disponibili porterebbe ad un irrimediabile problema di sostenibilità ambientale o di dignità della persona. Perchè, se non innoviamo e non aumentiamo le rese per ettaro, delle due l'una: o ariamo tutto il pianeta per dare da mangiare a tutti, o condanniamo milioni - miliardi di persone a morire di fame (come se quelle attuali non bastassero...).

O - Over-harversting. Eccessivo sfruttamento. Più persone hanno uno standard di vita "full optional" e più dovremo chiedere risorse a questo pianeta. Alcune sono rinnovabili, altre potrebbero esserlo a livelli di consumo non eccessivo, altre non lo sono. Eccedere, distrugge innanzitutto habitat e crea eccessivo inquinamento... la soluzione? cercare risorse sostitutive e gestire in modo sostenibile le attuali: due obiettivi cui solo l'innovazione può rispondere.


Ecco, di questo si preoccupano gli ecologi.


Qualcuno ha visto, per caso, da qualche parte gli OGM?

Certo, si potrebbe obbiettare che la lista è in versione "ristretta", ma che a guardarci bene dentro ci si potrebbero trovare anche gli OGM. Vero. Allora espandiamola.

Se sfogliamo la lista stilata dall'IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), non certo un covo di biotecnologi, troviamo le 11 principali minacce alla biodiversità di questo pianeta ordinate per rilevanza.

Li in effetti troviamo anche gli OGM. Resta da chiedersi dove.
Ecco, al punto 8.3, con la seguente motivazione:

8.3 Introduced Genetic Material
Human altered or transported organisms or genes

Exposition:
Hatchery fish are not necessarily invasive species, but they can upset the gene pool of native fish.


Insomma, hanno paura dei pesci d'allevamento. Citano anche le colture resistenti agli erbicidi, ma non paiono molto convinti. Insomma prima di occuparci del "pericolo" OGM pare che, secondo gli ambientalisti, ci si debba occupare di:

1) Perdita di terra a causa dell'urbanizzazione et similia
2) Agricoltura e acquacoltura
3) Produzione di energia e attività minerarie
4) Strade, linee di trasporto energetico e di materiali, navigazione e volo
5) Caccia e pesca, raccolta di piante/funghi, disboscamento
6) Villaggi turistici e guerre
7) Incendi, sistemi di regimentazione delle acque, gestione delle risorse naturali
8) Specie invasive non native e specie native problematiche

Interessante che interessino, a questi paladini della biodiversità, ancor meno degli OGM:

9) L'inquinamento
10) Gli eventi geologici (peraltro all'origine delle precedenti grandi estinzioni di massa)
11) I cambiamenti climatici

In sostanza oggi si stanno facendo le campagne ambientaliste sulle cose che - secondo loro - meno danno fastidio alla biodiversità di questo pianeta.

A questo punto lasciateci chiudere con uno slogan:

Un ettaro a OGM è meglio di due ettari a biologico.

La terra è poca, usatela bene.

Per la biodiversità, of course.


Nota a margine

Il PIPPO del titolo sta per: Persone Ideologiche Poco Propense agli OGM.

domenica 3 maggio 2009

Ipse dixit (n. 7)

Visto che qualcuno ci chiede ancora il perchè abbiamo scelto l'anonimato...

La maggior parte dei ricercatori, compresi i premi Nobel, sono tipi abitudinari che non nutrono per la condizione umana un interesse molto maggiore di una persona qualunque. Gli scienziati sono per la scienza ciò che i muratori sono per le cattedrali.
Fuori dal proprio lavoro, lo scienziato è una persona che conduce una vita ordinaria, tutto preso dalle preoccupazioni quotidiane, spesso immerso in pensieri banali. La maggior parte di loro, infatti, non ha mai un'idea veramente originale; essi si aprono piuttosto il cammino attraverso una massa di dati e di ipotesi. Possono essere entusiasti ma sono più sovente tranquilli, facilmente distratti da pettegolezzi di corridoio ed altre occasioni mondane. Gli scienziati sono fatti così.
Uno scienziato di successo può avere - e non sempre - qualche raro momento di ispirazione in cui pensa come un poeta. In tutti gli altri ragiona piuttosto come un contabile. Così, per la maggior parte della carriera, gli scienziati si accontentano di registrare numeri e di far tornare i conti.

La conoscenza scientifica è di tipo cumulativo. E' il prodotto del lavoro di centinaia di migliaia di specialisti il cui unico legame è la condivisione del metodo scientifico.

Il potere della scienza non dipende dagli scienziati ma dal metodo. La forza, ma anche la bellezza, del metodo scientifico è tutta nella sua semplicità. Può essere compreso da chiunque.

domenica 26 aprile 2009

OGM: Contaminazione Irreversibile (o forse no?)

Da alcuni giorni ci capita di dover discutere con persone che vivono nella paura della "contaminazione irreversibile" da OGM. Vorremmo spendere giusto 2 righe per rassicurarli.

Innanzitutto

1) il fatto di trovare, in un'epoca di "estinzioni di massa", un qualcosa che "irreversibilmente" sopravviva, tuttosommato non dovrebbe dispiacere...

peccato però che

2) se questo super-essere dovesse esistere, non sarebbe di certo un OGM oggi in commercio.

eccovi la dimostrazione:Vediamo di capire cosa significa...


Il caso Starlink

Accanto al lavoro di Crawley che dimostra come le piante coltivate (OGM e non) dopo 3 anni, se non "coltivate" (è un po' cacofonico, ma rende l'idea), spariscono dagli habitat naturali... ...abbiamo un altro interessante dato che ci rassicura sulla "non persistenza ambientale" degli OGM commerciali: il mais Starlink.

Questo mais meriterà in futuro sicuramente un approfondimento. Per ora basti sapere che era stato autorizzato (precauzionalmente) solo ad uso mangimistico perchè secondo i test in vitro erano emerse indicazioni su di una potenziale allergenicità della nuova proteina prodotta (in quanto stabile al calore e agli enzimi digestivi) .

Nel 2000 furono però ritrovate tracce di mais Starlink (a livello di DNA, non di proteina) in alcuni tacos e nel 2001 il mais Starlink fu ritirato dal mercato.

Tralasciando la vicenda sanitaria che ne seguì (che si concluse con una bolla di sapone, perchè non fu provato nessun effetto clinico associabile al consumo di questo mais), ciò che ci interessa è capire cosa successe in termini di "contaminazione" ambientale. Insomma il mais Starlink è irreversibilmente entrato nel nostro ambiente o è sparito? Saremo contaminati dallo Starlink per sempre o è acqua passata?

La risposta ce la dà l'EPA (Agenzia per l'Ambiente Americana) che si è fatta carico di svolgere dal 2001 le analisi per rintracciare la presenza Starlink nelle partite di mais. Il risultato è il grafico che abbiamo inserito in apertura a questo post. Interessante no?

In sostanza di Starlink, da marzo 2005, non se ne trova traccia nelle partite di mais americane (unico paese a coltivarlo). E non stiamo parlando di analisi che avevano come obiettivo quello di cercare la % di Starlink presente nei campioni, ma solo di verificarne la sua eventuale presenza (ovvero tolleranza zero)!


La controprova

Gli scienza-scettici verranno subito a dirci che questi dati non sono affidabili perchè l'EPA è sicuramente stata pagata dalle multinazionali per insabbiare il tutto (P.S. già che ci siamo vorremmo far notare che anche in questo caso Monsanto non c'entra nulla, lo Starlink era infatti prodotto da Aventis, ora Bayer).

Questa volta però abbiamo dalla nostra nientemeno che Greenpeace la quale, seppur assolutamente ottusa nelle sue posizioni, ci fornisce su di un piatto d'argento la controprova della reversibilità della "contaminazione" genetica. Eccovi qui infatti la mappa delle contaminazioni "mondiali" da Starlink che hanno stilato sul loro sito (con tanto di titolone ad effetto).


L'ultima "contaminazione" riportata è del 2004 (5 anni fa!!) e, nonostante tutte queste belle freccine, si è sempre trattato di "contaminazioni" ridicole (tracce o qualche 0,0x%) che in agricoltura prendono il più sensato nome di "presenza accidentale". Tra l'altro solo 2 di queste segnalazioni sono state registrate dopo il ritiro dal mercato del mais Starlink.

2000
Canada, tracce
Egitto, tracce
Giappone, tracce
Sud Corea, tracce

----------- 2001 - ritiro dal mercato ------------

2002
Bolivia, 0,1%

2004
Guatemala, tracce

In conclusione, la reversibilità della "contaminazione" genetica, soprattutto per quanto riguarda il mais che non ha specie selvetiche con cui incrociarsi nè in USA nè in Europa, è cosa nota e provata anche da coloro che più si oppongono agli OGM i quali però, nonostante l'evidenza, continuano a dire:

Il rilascio in natura di OGM tramite coltivazione e allevamento o contaminazione accidentale può produrre effetti irreversibili sugli ecosistemi. Diversamente da un inquinante chimico, gli OGM sono organismi viventi e possono riprodursi e moltiplicarsi, estendendo la propria presenza sia nello spazio che nel tempo, sfuggendo a qualsiasi controllo.

Dite che c'è da fidarsi di loro?

mercoledì 1 aprile 2009

A tutto campo (sui 2 pesi e 2 misure)

Cosa pensereste se vi dicessero che una multinazionale ha modificato un gene del girasole per renderlo tollerante ad un erbicida (di sua proprietà) e poi ha messo in commercio la varietà senza seguire la normativa prevista per gli OGM?

E se sviluppasse con lo stesso metodo anche frumento, riso, sorgo, colza, soia, mais... sempre senza eseguire estensive prove di sicurezza alimentare e ambientale?

E se ci fossero potenziali ricadute negative non solo sulle pratiche agronomiche, ma anche sulla concorrenza?

E se gli agricoltori fossero “caldamente” invitati a non riusare il seme, ma a riacquistarlo ogni anno, insieme all’erbicida, della ditta di cui sopra?

Se pensate che questo sarebbe inaccettabile… sappiate che è esattamente quello che è successo e sta succedendo: già ora!

Anche se il protagonista di questa storia, probabilmente, non è quello che avete in mente...


Resistere, Resistere, Resistere!

Contrariamente a quanto spesso si sente dire in giro, la resistenza agli erbicidi non è un carattere nato con le piante transgeniche, ma ben più anziano. Risale infatti alla metà degli anni 60 (ben prima dell’arrivo degli OGM) ed è un carattere storicamente apprezzato dagli agricoltori perché semplifica non di poco le operazioni colturali.

Se visitate il sito della BASF e fate, ad esempio, una ricerca con “Clearfield”, trovate numerosi prodotti (legalmente non-OGM) che vengono promossi per la loro tolleranza ad un erbicida. Si veda il frumento o il riso o altri ancora.

Tutte queste varietà sono resistenti ad un composto della classe dei Imidazolinoni (il principio attivo è l’Imazethapyr) che colpisce l’acetolattato sintasi (ALS), il primo enzima nella via di biosintesi di leucina, isoleucina e valina, tre amminoacidi indispensabili per la sopravvivenza della pianta.

Piante (mutanti) resistenti a questa classe di erbicidi sono state isolate in numerose specie (ad esempio nella specie modello Arabidopsis) e spesso la resistenza agli imidazolinoni è associata anche alla resistenza alle sulfoniluree.

Una decina di anni fa è stata scoperta anche una variante naturale del girasole selvatico tollerante all’erbicida Beyond (Imazamox) commercializzato dalla BASF. Le varietà da esse sviluppate, che richiedono l'uso dell'erbicida della BASF, sono in commercio anche in Italia.

Nel tempo BASF ha sviluppato una serie di altre piante resistenti all’erbicida. Il gene resistente è stato selezionato in alcuni casi da mutanti spontanei, e inserito tramite incrocio nelle nuove varietà, in altri casi è stato ottenuto tramite mutagenesi classica, in altri ancora verrà sviluppato usando una tecnica di mutagenesi sito diretta sviluppata da CIBUS.

Come alcuni giustamente sottolineano, questa tecnica è probabilmente più sicura rispetto alla mutagenesi classica, ma è altrettanto evidente che si tratta di una modifica genetica, deliberata, ben precisa e mirata: anche se non è oggi soggetta a tutta la regolamentazione a cui sono soggetti i transgenici. Questa tecnica potrebbe addirittura portare ad una ridefinizione del concetto di modificazione genetica nella legislazione (non nella biologia, quella ha sempre avuto le idee chiare).

La ditta però non vuole nemmeno entrare in tema e afferma: “all CLEARFIELD varieties are developed using traditional plant breeding techniques to meet the global demand for non-GMO grains”.

O ancora: “Since the CLEARFIELD trait for sunflowers is naturally occurring, and was cultivated and incorporated into germplasm with traditional plant breeding procedures, the CLEARFIELD technology is not a genetically modified organism (GMO).”

La BASF insieme a Cibus Genetics negli Stati Uniti applicheranno la tecnologia innovativa alla colza e si sta lavorando anche su riso, sorgo e frumento. E il sito di Cibus annuncia in prima pagina che: “Cibus produces traits that are free of the market resistance and regulatory burden of products engineered using the introduction of foreign genetic material.”


Alcune riflessioni

Dobbiamo ammettere che questa nuova tecnologia di modificazione genetica (RTDS) ci piace molto e dimostra come possano essere belle le biotecnologie. Diversa questione però si pone sul risultato operativo che abbiamo trattato.

Fatichiamo infatti a comprendere il perchè una soia Round-up Ready tollerante al glifosato (per la legge un OGM) debba sottostare ad una normativa surreale e sia attaccata da tutto il mondo "no-OGM" per il suo presunto impatto ambientale, mentre le varietà Clearfield tolleranti all'Imazethapyr (per la legge non-OGM) possano essere bellamente commercializzate senza alcun tipo di risk assessment obbligatorio.

Hanno forse una classe di rischio diversa? Ne siamo sicuri?


Clearfield o Clearisk?


Innanzitutto gli esperti, ma anche i dati, ci dicono che la resistenza nel caso del frumento, del sorgo e del girasole si trasmetterà presto per incrocio alle specie selvatiche e infestanti che si trovano negli stessi campi coltivati o ai bordi.

Peraltro la resistenza agli inibitori delle ALS (nel caso specifico) è assai diffusa in natura (linea rossa), mentre, ad esempio, lo è molto meno quella alle glicine (linea azzurra) che sta alla base della tecnologia (OGM) Round-up.
Questo si è già visto con la costituzione di varietà di riso resistenti a questi erbicidi. La resistenza è già migrata nel riso crodo (red rice) al punto da rendere inservibile l’erbicida per il suo controllo. Nel caso del riso crodo, infatti, la frequenza della mutazione spontanea è cento volte inferiore al trasferimento per incrocio. In breve tempo quindi il trattamento con erbicida non servirà più e spesso non funzionano nemmeno altri erbicidi (della concorrenza) che colpiscono la ALS. In pratica si mette fuori uso la tecnologia propria e anche quella degli altri.

BASF è cosciente di ciò e richiede il rispetto di regole strettissime per non vanificare questa tecnologia, tra cui:
  • Purchase new seed (certified or registered) every year from a CLEARFIELD seed retailer. Do not save CLEARFIELD wheat seed to plant next year’s crop.
  • Use Beyond or Clearmax for weed control according to label directions, including the stated label rate and timing.
In sostanza non sembra comportarsi in modo diverso da molte altre ditte.
Ma la domanda che nasce spontanea è sempre quella: se le varietà Clearfield fossero OGM, quanti urli di dolore si sarebbero (ed in parte anche giustamente) levati? Però, non essendolo, anche se i rischi sono gli stessi o in alcuni casi peggiori di quelli delle colture GM (per legge), tutto tace.
Related Posts with Thumbnails